giovedì 4 ottobre 2007

«Abusi, i minori non dicono bugie», anche nel caso delle suore...

Corriere della Sera 25.9.07
Annullata la sentenza della Corte d'appello di Brescia
che assolveva due suore del Bergamasco
«Abusi, i minori non dicono bugie»
La Cassazione: attendibili le loro testimonianze.
Facile smascherare le falsità
di Luigi Corvi

ROMA — I bambini piccoli non sanno mentire. E se
dicono qualche bugia sono facilmente smascherabili.
Per questo la loro testimonianza, sino a prova
contraria, è attendibile. Nero su bianco, in 22
pagine, i giudici della Cassazione (terza sezione
penale) hanno fissato un principio destinato a fare
giurisprudenza in un momento in cui, sull'utilizzo dei
bambini come testimoni di abusi sessuali, si accendono
polemiche e scontri tra periti, avvocati e giudici. La
suprema Corte era chiamata a pronunciarsi su un caso
di abusi che due suore, di 60 e 74 anni, avrebbero
compiuto tra 1999 e 2000 su otto bambini (età da 3 a 5
anni) dell'asilo di Cazzano Sant'Andrea, nella
Bergamasca.
Era accaduto che una mamma avesse notato comportamenti
strani del figlio e ne avesse parlato con altre madri,
ma per un anno non era successo nulla. Sino a quando
un altro bimbo, in preda a paure immotivate,
interrogato dai genitori raccontò: «Le suore ci
portano in una stanza buia, ci tolgono le mutandine e
fanno con noi il gioco del coniglietto mentre il
signor Giorno ci riprende con la telecamera».
Successivamente altri bambini, sempre interrogati dai
genitori, aggiunsero particolari via via più scabrosi.
Suor Casta e suor Caterina, questi i nomi delle due
religiose, in tribunale vennero riconosciute colpevoli
e condannate a 9 anni e mezzo di carcere, solo sulla
base dei racconti fatti dai bambini (non furono
trovati riscontri, la stanza buia non fu identificata
e il «signor Giorno » rimase sconosciuto). Difese
dall'avvocato Guglielmo Gu-lotta, le suore fecero però
ricorso e nel 2004 la Corte d'appello di Brescia le
mandò assolte con una sentenza che ruotava
essenzialmente intorno all'asserita inattendibilità
dei piccoli testimoni: «I bambini di questa età sono
facilmente influenzabili, tendono ad adeguarsi alle
aspettative degli interroganti, si lasciano
trasportare dalla fantasia, scambiano la fantasia con
la realtà, facilmente sostituiscono nei loro ricordi
personaggi fantastici con soggetti reali (sono nozioni
di esperienza, che non richiedono particolari
specializzazioni e nemmeno l'ausilio dei periti)».
«Affermazioni stravaganti», «vizi di logica»,
«fragilità discorsiva », «mere disquisizioni psico-
sociologiche», scrivono ora di quella sentenza i
giudici della Cassazione (presidente Guido De Maio)
che il 23 maggio scorso l'hanno annullata, ritenendola
priva di motivazione, con rinvio ad altra sezione
della Corte d'appello di Brescia. Secondo la suprema
Corte, in sostanza, non si possono fare affermazioni
di quel tipo senza il supporto di fatti concreti o di
studi scientifici. «Se la Corte di merito aveva forti
dubbi e riserve sulla capacità a testimoniare di quei
bambini, piuttosto che proclamare in termini
apodittici la loro assoluta inaffidabilità, avrebbe
potuto disporre di una perizia psicologica».
Poco più avanti, citando «la letteratura di un certo
peso dottrinario», i giudici affermano che «non è
agevole pensare a quei piccoli come a persone capaci
di sofisticate bugie e fantasticherie, perché la
regola è che a quell'età sono strutturalmente incapaci
di occultare o riprodurre falsamente i fatti di quelle
prime esperienze». E se anche dovessero scappare delle
bugie, queste «sono senza malizia, grossolane,
trasparenti, ma soprattutto fuggevoli e agevolmente
smascherabili».

Procreazione assistita, Se la legge fa autogol

l'Unità 26.9.07
Procreazione assistita
Se la legge fa autogol
di Carlo Flamigni

La famigerata legge 40, quella che detta le norme in
materia di procreazione medicalmente assistita,
recita, all'articolo 13, che «la ricerca clinica e
sperimentale su ciascun embrione umano è consentita a
condizione che si perseguano finalità esclusivamente
terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte
alla tutela della salute e allo sviluppo dell'embrione
stesso e qualora non siano disponibili metodologie
alternative». In altri termini: mai.
Nell'articolo 14, quello dunque immediatamente
successivo, al punto 5, si legge invece che «i
soggetti di cui all'articolo 5 (cioè i genitori) sono
informati sul numero e, su loro richiesta, sullo stato
di salute degli embrioni prodotti e da trasferire
nell'utero».
Non vorrei sembrare maleducato, ma mi pare evidente
che chi ha scritto questa legge soffra di lunghe pause
cognitive, come dimostra la palese incompatibilità tra
i due articoli: nell'articolo 13 si nega alle coppie
la possibilità di eseguire indagini pre-impiantatorie
sui propri embrioni, un divieto del quale l'articolo
14 sembra farsi beffe.
Provo a spiegare questo punto, a totale beneficio
della senatrice Binetti.
La norma riconosce alle coppie il diritto di essere
informate sulla salute degli embrioni prodotti: non
dice ootidi, zigoti, blastocisti, dice embrioni. Ora,
mentre per sapere se un ootide è normale può anche
bastare (entro precisi limiti, ma non voglio
complicare il discorso) l'analisi al microscopio,
quella consentita dalla legge (ci sono tre pronuclei
invece di due? Buttiamo via tutto o ci metteremo nei
guai) l'unico modo per conoscere le condizioni di
salute di un embrione è l'analisi genetica. Capisco
che una parte dei cattolici non voglia ammettere
l'esistenza dell'ootide, ma l'idea piace al cardinale
Martini e questo mi basta. Che poi il Vaticano abbia
il diritto di correggere i termini della biologia e lo
eserciti al punto di costringere i suoi più illustri
genetisti a cambiare idea sul significato delle parole
mi può anche andar bene, purché si conceda ai biologi
laici un analogo diritto di critica in materia di
esegesi biblica. Se vuoi che un'amicizia si
mantenga...
Dunque , ad avviso di molti, la legge 40 ammette la
diagnosi genetica pre-impiantatoria e non solo per la
ragione che ho citato. Esiste ad esempio un problema
di congruità pragmatica: una donna che si vede
rifiutare questo accertamento avrà poi modo di
eseguire le stesse indagini, in gravidanza, sul feto e
di decidere di interrompere la gravidanza se lo
scoprirà malato, spero che a nessuno sfugga la
crudeltà inutile del primo diniego. Inoltre in queste
circostanza è certamente a rischio la salute
psicologica della donna e vorrei ricordare che una
sentenza della Consulta di circa trent'anni or sono
afferma che deve essere privilegiata la salute e
l'interesse di chi è già persona nei confronti di chi
persona deve ancora diventare.
Nel 2005 una coppia di coniugi di Quartu Sant'Elena
portatrice di una comune anomalia genetica (l'anemia
mediterranea) aveva fatto ricorso contro il divieto di
eseguire una diagnosi pre-impiantatoria con istanza
d'urgenza presentata al Tribunale di Cagliari. Il
magistrato aveva passato gli atti alla Consulta, la
quale aveva dichiarato inammissibile la questione di
legittimità perché non posta correttamente. Ricordo il
commento del professor Emilio Dolcini, ordinario di
diritto penale nell'Università di Milano, il quale
aveva interpretato la sentenza come una sorta di
incitamento a ripresentare il ricorso presso un
tribunale ordinario, cosa che è poi stata regolarmente
fatta. Per quanto posso capire, il giudice ha ritenuto
di dover privilegiare il diritto della donna alla
salute e all'informazione sulle condizioni di salute
del nascituro, anche e soprattutto alla luce dei
principi costituzionali che ho appena citato. Scelta,
a mio avviso, logica, razionale e piena di buon senso.
Mi attendevo le solite convulsioni cattoliche, ma
debbo confessare che chi mi da le maggiori
soddisfazioni è, come sempre, Paola Binetti, la quale
chiama in causa la dichiarazione di inammissibilità
della Corte Costituzionale del 2005, della quale non
ha evidentemente capito una parola. Ho per la
senatrice Binetti una forte simpatia personale (mia
moglie lo sa) e, se continua a darmi queste
soddisfazioni, non vedo come potrò evitare di
chiederle di farmi entrare nel suo nuovo partito.
Molti mi chiedono come si potrà andare avanti a
partire da questa piccola vittoria. Anzitutto credo
che il tempo dei ricorsi non sia ancora terminato e mi
auguro che prima o poi si porti al magistrato- ma in
termini più corretti di quelli usati in passato - la
questione dell'ootide, l'oocita fecondato nel quale
non si è ancora formato un genoma unico e che la legge
tedesca, la legge svizzera e un grande numero di
teologi cattolici considera «fase pre-zigotica e
perciò pre-embrionale». Bisogna però trovare un
sinonimo di ootide, termine in molti sensi non grato
ai cattolici: nel sito di «Verità e Vita», nella parte
dedicata all'«antilingua» il povero ootide figura come
«ootite (sic)», che potrebbe aver a che fare con il
mal d'orecchi. Una volta questi si chiamavano autogol.
In secondo luogo deve diventare chiaro a tutti che una
donna ha il diritto di rifiutare il trasferimento di
tre embrioni e che a seguito di questo rifiuto il
medico non può che congelare l'embrione o gli embrioni
che la donna non ha voluto accogliere nel proprio
grembo. In tempi lunghi, mi sembra che la soluzione
più logica sia quella di tornare a proporre ai
cittadini italiani la solita domanda: ma proprio la
volete una legge così stupida e così ingiusta?
In tempi brevi, poco da fare :mi sembra che continui a
prevalere l'ormai cronico atteggiamento di rispettosa
e modesta rassegnazione che la maggior parte dei
parlamentari ha deciso di assumere quando deve
confrontarsi, anche da grande distanza, con un
qualsiasi rappresentante del Vaticano, Guardie
Svizzere incluse. E non mi pare che il Ministero della
Salute possa attualmente essere considerato un tempio
della laicità, considerate le recenti proposte di
adozione per la nascita e i peana in onore di chi
accetta un figlio malformato , che alle mie orecchie
suonano come sgradevoli e inattese condanne a che ha
invece deciso diversamente e che, perbacco,
meriterebbe un po' più di rispetto. Perché, vedete
compagni, se vogliamo che il Paese possa respirare la
pulita e trasparente aria della laicità bisogna che i
nostri attuali politici passino tutti (o quasi tutti)
a miglior vita. No, non sto affatto pensando a una
epidemia, mi auguro solo che divengano tutti così
ricchi da decidere collettivamente di trasferirsi
nelle Hawai, dove sembra - dico sembra, non ho prove
concrete - che la vita sia senz'altro migliore.

I conti della Chiesa

Repubblica 28.9.07
Ogni anno dallo Stato circa 4 miliardi
I conti della Chiesa ecco quanto ci costa
di Curzio Maltese

Su 5 euro incassati dal gettito Irpef, 1 va alla
carità. Il resto tra culto e immobili
La gestione dei fondi "imbriglia" il dibattito. "Fuori
dal coro parlano solo ex vescovi..."

«Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano
a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro
impiegati». Camillo Ruini non esagera. A metà anni
Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e
nera. Un anno dopo l´arrivo di Ruini alla Cei,
soltanto il passaporto vaticano salva il presidente
dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall´arresto per
il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La
crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II
chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia,
allora noto alle cronache solo per aver celebrato il
matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma
dotato di talento manageriale. Poche scelte si
riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini",
segretario dall´86 e presidente dal ´91, la Cei si è
trasformata in una potenza economica, quindi mediatica
e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha
assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico
italiano e all´interno del Vaticano, come mai era
avvenuto con i predecessori, fino a diventare il
grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell´ascesa di Ruini sono legate
all´intelligenza, alla ferrea volontà e alle
straordinarie qualità di organizzatore del
personaggio. Ma un´altra chiave per leggerne la
parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi
che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla
primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo
diretto sull´Irpef, e sfocia ormai nel mare di un
miliardo di euro all´anno. Ruini ne è il dominus
incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli
stipendi dei preti, è il presidente della conferenza
episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad
avere l´ultima parola su ogni singola spesa, dalla
riparazione di una canonica alla costruzione di una
missione in Africa agli investimenti immobiliari e
finanziari.
Dall´otto per mille, la voce più nota, parte
l´inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa
cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice,
oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle
furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo
della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di
euro all´anno. "Una mezza finanziaria" per "far
mangiare il ceto politico". "L´equivalente di un Ponte
sullo Stretto o di un Mose all´anno".
Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il
Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di
Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e
Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila
eletti dal popolo, dai parlamentari europei all´ultimo
consigliere di comunità montane, più i compensi dei
quasi trecentomila consulenti, le spese per il
funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici,
i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di
partito, le auto blu e altri privilegi, compresi
buvette e barbiere di Montecitorio.
Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo
della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si
arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative,
del genere strombazzato nei libelli e in certi siti
anticlericali.
Con più prudenza e realismo si può stabilire che la
Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti
italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro
miliardi di euro all´anno, tra finanziamenti diretti
dello Stato e degli enti locali e mancato gettito
fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro
dell´otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi
dei 22 mila insegnanti dell´ora di religione («Un
vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire»,
nell´opinione dello scrittore cattolico Vittorio
Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti
locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c´è
la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi,
dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all´ultimo raduno
di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua,
nell´ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due
miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa
occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali
concessi al Vaticano, oggi al centro di un´inchiesta
dell´Unione Europea per "aiuti di Stato". L´elenco è
immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si
può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il
mancato incasso per l´Ici (stime "non di mercato"
dell´associazione dei Comuni), in 500 milioni le
esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600
milioni l´elusione fiscale legalizzata del mondo del
turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per
l´Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e
pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi
all´anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo
Stretto o un Mose all´anno, più qualche decina di
milioni.
La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non
sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani
come il sistema politico. Soltanto agli italiani,
almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli
spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano
come noi il "costo della democrazia", magari con
migliori risultati.
Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di
dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se
ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo
sanno. Il meccanismo dell´otto per mille sull´Irpef,
studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista
all´epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti,
consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa
cattolica anche le donazioni non espresse, su base
percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia
in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per
cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte
ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti,
Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si
accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una
mostruosità giuridica la definì già nell´84 sul Sole
24 Ore lo storico Piero Bellini.
Ma pur considerando il meccanismo "facilitante"
dell´otto per mille, rimane diffusa la convinzione che
i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio
"ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d´accordo,
ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai
sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle
parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti
del welfare, senza contare l´impegno nel Terzo Mondo.
Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?
Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata.
Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani
sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la
stessa Cei e il suo bilancio annuo sull´otto per
mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la
conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per
interventi di carità in Italia e all´estero
(rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli
altri quattro euro servono all´autofinanziamento.
Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli
stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane
ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei
distribuisce all´interno della Chiesa a suo
insindacabile parere e senza alcun serio controllo,
sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese
di catechesi", attività finanziarie e immobiliari.
Senza contare l´altro paradosso: se al "voto"
dell´otto per mille fosse applicato il quorum della
metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.
Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che
nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in
corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo
dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il
danaro dell´otto per mille «per troncare e sopire il
dissenso nella Chiesa». Una delle testimonianze
migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto
Beretta, scrittore e giornalista dell´Avvenire, il
quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L´altra faccia
dell´otto per mille", Beretta osserva: «Chi gestisce i
danari dell´otto per mille ha conquistato un enorme
potere, che pure ha importantissimi risvolti
ecclesiali e teologici». Continua: «Quale vescovo per
esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per
i soldi necessari a sistemare un seminario o a
riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in
assemblea generale per contestare le posizioni della
presidenza?». «E infatti – conclude l´autore – i soli
che in Italia si permettono di parlare schiettamente
sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai
in pensione, che non hanno più niente da perdere…».
A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le
pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco
dall´editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie
religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e
all´uso "ideologico" dell´otto per mille non è affatto
nell´universo dei credenti. Non mancano naturalmente i
"vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai
esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale,
ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo
corso: «I vescovi non parlano più, aspettano l´input
dai vertici… Quando fanno le nomine vescovili
consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi
fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il
nome che è stato indicato». Il già citato Vittorio
Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il
centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla
burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista
e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi
pubblici ha lanciato una sofferta accusa: «Assistiamo
ormai a una carenza gravissima di discussione nella
Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio;
delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara
in principio il presidente; i teologi parlano solo
quando sono perfettamente in linea, altrimenti
tacciono».
La Chiesa di vent´anni fa, quella in cui Camillo Ruini
comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli
impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli
scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La
cultura cattolica si sente derisa dall´egemonia di
sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa
dall´universo edonista delle tv commerciali, perfino
ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una
Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista
da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della
liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di
monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di
massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire"
l´antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo,
il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l´impegno di
don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta.
Dopo vent´anni di "cura Ruini" la Chiesa all´apparenza
scoppia di salute. È assai più ricca e potente e
ascoltata a Palazzo, governa l´agenda dei media e
influisce sull´intero quadro politico, da An a
Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle
apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al
ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni
cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei
santuari, i record di audience delle fiction di tema
religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le
chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di
vocazioni ha ridotto in vent´anni i preti da 60 a 39
mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il
battesimo sono in diminuzione.
Il clero è vittima dell´illusoria equazione mediatica
"visibilità uguale consenso", come il suo gemello
separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia
d´inverarsi la terribile profezia lanciata trent´anni
fa da un teologo progressista: «La Chiesa sta
divenendo per molti l´ostacolo principale alla fede.
Non riescono più a vedere in essa altro che
l´ambizione umana del potere, il piccolo teatro di
uomini che, con la loro pretesa di amministrare il
cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più
ostacolare il vero spirito del cristianesimo». Quel
teologo si chiamava Joseph Ratzinger.


(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco

Dove finisce l'otto per mille

Repubblica 3.10.07
Dove finisce l'otto per mille segreto da un miliardo
di euro
di Curzio Maltese

Nove milioni per la campagna pubblicitaria sullo
tsunami ma alle vittime è andato solo un terzo. E alla
fine l´ottanta per cento dei contributi assegnati
rimane alla Chiesa cattolica

Le campagne dell´«otto per mille» della Chiesa
cattolica, che ogni primavera invadono ´etere, Rai,
Mediaset e radio nazionali, sono considerate nel mondo
pubblicitario un modello di comunicazione. Ben girate,
splendida fotografia, musiche di Morricone, storie
efficaci, a volte indimenticabili. Chi non ricorda
quella del 2005, imperniata sulla tragedia dello
tsunami? Lo spot apre su un fragile villaggio di
capanne, dalla spiaggia i pescatori scalzi scrutano
l´orizzonte cupo. Voce fuori campo: «Quel giorno dal
mare è arrivata la fine, l´onda ha trasformato tutto
in nulla». Stacco sul logo dell´otto per mille: «Poi
dal niente, siete arrivati voi. Le vostre firme si
sono trasformate in barche e reti». Zoom su barche e
reti. «Barche e reti capaci di crescere figli e
pescare sorrisi». Slogan: «Con l´otto per mille alla
Chiesa cattolica, avete fatto tanto per molti». Un
capolavoro.
La campagna 2005, affidata come le precedenti alla
multinazionale Saatchi & Saatchi, secondo Il Sole 24
Ore è costata alla Chiesa nove milioni di euro. Il
triplo di quanto la Chiesa ha poi donato alle vittime
dello tsunami, tre milioni (fonte Cei), lo 0,3 per
cento della raccolta. Nello stesso anno, l´Ucei,
l´unione delle comunità ebraiche italiane, versò per
lo Sri Lanka e l´Indonesia 200 mila euro, il 6 per
cento dell´«otto per mille». Un´offerta in proporzione
venti volte superiore, in un´area dove non esistono
comunità ebraiche.
Gli spot della Chiesa cattolica sono per la
maggioranza degli italiani l´unica fonte
d´informazione sull´otto per mille. Consegue una serie
di pregiudizi assai diffusi. Credenti e non credenti
sono convinti che la Chiesa cattolica usi i fondi
dell´otto per mille soprattutto per la carità in
Italia e nel terzo mondo. Le due voci occupano la
totalità dei messaggi, ma costituiscono nella realtà
il 20 per cento della spesa reale, come conferma
Avvenire, che pubblica per la prima volta il resoconto
sul numero del 29 settembre. L´80 per cento del
miliardo di euro rimane alla Chiesa cattolica.
Tanto meno gli spot cattolici si occupano d´informare
che le quote non espresse nella dichiarazione dei
redditi, il 60 per cento, vengono comunque assegnate
sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso
e finiscono dunque al 90 per cento nelle casse della
Cei. Questo compito in effetti spetterebbe allo Stato
italiano. Lo Stato avrebbe dovuto illustrare e
giustificare ai cittadini un meccanismo tanto
singolare di «voto fiscale», unico fra i paesi
concordatari. In Spagna per esempio le quote non
espresse nel «cinque per mille» restano allo Stato. In
Germania lo Stato si limita a organizzare la raccolta
dei cittadini che possono scegliere di versare l´8 o 9
per cento del reddito alla Chiesa cattolica o luterana
o ad altri culti.
Il principio dell´assoluta volontarietà è la regola
nel resto d´Europa. Lo Stato italiano lo adotta
infatti per il «cinque per mille». Anzi, fa di peggio.
Il «cinque per mille» è nato nel 2006 per destinare
appunto lo 0,5 dell´Irpef (660 milioni di euro, stima
ufficiale delle Entrate) a ricerca e volontariato. Nel
primo (e unico) anno hanno aderito il 61 per cento dei
contribuenti, contro il 40 dell´ «otto per mille»: un
successo enorme. Le sole quote volontarie ammontano a
oltre 400 milioni. Ma con la Finanziaria del 2007 il
governo ha deciso di porre un tetto di 250 milioni al
fondo, che si chiama sempre «cinque per mille» ma è
ridotto nei fatti a meno del due. Le quote eccedenti
verranno prelevate dall´erario. Con una mano lo Stato
dunque regala 600 milioni di quote non espresse alla
Cei e con l´altra sottrae 150 milioni di quote
espresse a favore di onlus e ricerca. Nella stessa
pagina del modulo 730 il «voto fiscale» espresso da un
cittadino in alto a favore delle chiese vale in
termini economici quattro volte il voto nel «cinque
per mille». Perché due pesi e due misure?
Lo Stato in diciassette anni non ha speso una parola
pubblica, uno spot, una pubblicità Progresso, per
spiegare il senso, il meccanismo e la destinazione
reale dell´otto per mille. Ed è l´unico «concorrente»
che ne avrebbe i mezzi, oltre al dovere morale. Gli
altri (Valdesi, Ebrei, Luterani, Avventisti, Assemblee
di Dio) dispongono di fondi minimi per la pubblicità,
peraltro regolarmente denunciati nei resoconti. Mentre
la Chiesa cattolica è l´unica a non dichiarare le
spese pubblicitarie, riprova di scarsa trasparenza.
L´unica voce a rompere il silenzio dello Stato fu nel
1996 quella di una cattolica, come spesso accade, la
diessina Livia Turco, allora ministro per la
Solidarietà. Turco propose di destinare la quota
statale di otto per mille a progetti per l´infanzia
povera. Il «cassiere» pontificio, monsignor Attilio
Nicora, rispose che «lo Stato non doveva fare
concorrenza scorretta alla Chiesa». Fine del
dibattito. Oggi Livia Turco ricorda: «Nella mia
ingenuità, pensavo che la mia proposta incontrasse il
favore di tutti, compresa la Chiesa. L´Italia è il
paese continentale con la più alta percentuale di
povertà infantile. Al contrario la reazione della
Chiesa fu durissima, infastidita, e dalla politica fui
subito isolata. Ho vissuto quella vicenda con grande
amarezza».
La politica non ha mai più osato fare «concorrenza»
alla Chiesa cattolica, anzi l´ha favorita con un
pessimo uso del fondo. Nel 2004 i media hanno dato
grande risalto alla trovata del governo Berlusconi di
utilizzare 80 dei 100 milioni ricevuti dall´otto per
mille per finanziare le missioni militari, in
particolare in Iraq. Degli altri venti milioni, quasi
la metà (44,5 per cento) sono finiti nel restauro di
edifici di culto, quindi ancora alla Chiesa. La
percentuale di «voti» allo Stato italiano è crollata
dal 23 per cento del 1990 all´8,3 del 2006.
All´atteggiamento remissivo dello Stato italiano ha
fatto da contraltare una crescente aggressività da
parte delle gerarchie ecclesiastiche e soprattutto dei
politici al seguito, cattolici e neo convertiti, nel
rivendicare il denaro pubblico. In agosto, quando la
commissione europea ha chiesto lumi al governo Prodi
sui privilegi fiscali del Vaticano, nell´ipotesi si
tratti di «aiuti di Stato» mascherati, l´ex ministro
Roberto Calderoli, già protagonista delle battaglie
anticlericali della Lega anni Novanta, ha chiesto al
Papa di «scomunicare l´Unione Europea». Rocco
Buttiglione ha avanzato un argomento in disuso fra gli
intellettuali dai primi del '900, ma oggi di gran
moda. Secondo il quale i privilegi concessi dalla
Stato al Vaticano sarebbero «una compensazione per la
confisca dei beni ecclesiastici dello Stato
Pontificio».
Un revanscismo già sepolto dalla Chiesa del Concilio.
Nel 1970 Paolo VI aveva «festeggiato» con la visita in
Campidoglio la breccia di Porta Pia: «atto della
Provvidenza», una «liberazione» per la Chiesa da un
potere temporale che ne ostacolava l´autentica
missione. Joseph Ratzinger scrive ne «Il sale della
terra»: «Purtroppo nella storia è sempre capitato che
la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola
dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti
da altri; e ciò, alla fine, è stata per lei la
salvezza».
La legge 222 del 1985 istitutiva dell´otto per mille,
perlopiù sconosciuta ai polemisti, in ogni caso non
accenna ad alcuna forma di «risarcimento» per le
confische (argomento insensato nell´Italia di
vent´anni fa). Lo scopo primario della legge di
revisione del Concordato fascista del '29 era di
garantire un sostituto della «congrua», ovvero lo
stipendio di Stato ai sacerdoti. Nei primi anni lo
Stato s´impegnava infatti a integrare l´otto per
mille, fino a 407 miliardi, nel caso di una raccolta
insufficiente per pagare gli stipendi. In cambio il
Vaticano accettava che una commissione bilaterale
valutasse ogni tre anni l´ipotesi di ridurre l´otto
per mille nel caso contrario di un gettito eccessivo.
Ora, dal 1990 al 2007, l´incasso per la Cei è
quintuplicato e la spesa per gli stipendi dei preti,
complice la crisi di vocazioni, è scesa alla metà, dal
70 al 35 per cento. Eppure la commissione
italo-vaticana non ha mai deciso un adeguamento.
Perché? Senza avventurarsi in filosofia del diritto,
si può forse raccontare il percorso di uno dei
componenti laici della commissione, Carlo Cardia. Il
professor Cardia, insigne giurista di formazione
comunista, consigliere di Enrico Berlinguer e Pietro
Ingrao, ha esordito da fiero «difensore del diritto
negato in Italia all´ateismo» («Ateismo e libertà
religiose», De Donato, 1973). Nel 2001 è Cardia a
invocare una riduzione dell´otto per mille, in un
saggio pubblicato dalla presidenza del consiglio:
«Dall´otto per mille derivano ormai alla Chiesa
cattolica, meglio: alla Cei, delle somme veramente
ingenti, che hanno superato ogni previsione. Si parla
ormai di 900-1000 miliardi l´anno di lire. Il livello
è tanto più alto in quanto il fabbisogno per il
sostentamento del clero non supera i 400-500 miliardi.
Ciò vuol dire che la Cei ha la disponibilità annua di
diverse centinaia per finalità chiaramente
"secondarie" rispetto a quella primaria del
sostentamento del clero; e che lievitando così il
livello del flusso finanziario si potrebbe presto
raggiungere il paradosso per il quale è proprio il
sostentamento del clero ad assumere il ruolo di
finalità secondaria».
Previsione perfetta. «Tutto ciò - concludeva Cardia -
porterebbe a vere e proprie distorsioni nell´uso del
danaro da parte della Chiesa cattolica; e, più in
generale, riaprirebbe il capitolo di un finanziamento
pubblico irragionevole che potrebbe raggiungere la
soglia dell´incostituzionalità se riferito al valore
della laicità quale principio supremo
dell´ordinamento».
Nel tempo il professor Cardia è diventato illustre
collaboratore di Avvenire, il giornale dei vescovi. I
suoi temi sono cambiati: l´apologia del rapporto fra i
giovani e Benedetto XVI, la lotta ai Dico,
l´esaltazione del Family Day. Ciascuno naturalmente ha
il diritto di cambiare idea. Ma è opportuno che,
avendole cambiate sul giornale della Cei, continui a
far parte di una commissione governativa chiamata a
stabilire quanti soldi lo Stato deve versare alla Cei?
Nell´ultimo editoriale su Avvenire il professor Cardia
tuona contro l´inchiesta di Repubblica, «una delle più
colossali operazioni di disinformazione degli ultimi
tempi».
Senza contestare nel merito un singolo dato, nega con
veemenza che la Chiesa costi troppo agli italiani e
s´indigna per «l´indecente» accostamento con la
«casta». E´ lo stesso professor Cardia che il 20
febbraio scorso dichiara in un´intervista: «Io
porterei la quota dell´otto per mille al sette, vista
l´imponente massa di danaro che smuove. Basti pensare
che dall´84 a oggi nessuno, se non per controversie
politiche, vi ha posto mano».
Con le altre confessioni lo Stato è assai meno
generoso. In risposta a un´interrogazione dei soliti
radicali, nel luglio scorso il ministro Vannino Chiti
ha citato come prova della bontà del meccanismo «il
fatto che anche i valdesi hanno chiesto e ottenuto le
quote non espresse». Chiesto sì, ottenuto mai.
Incontro la «moderatrice» della Tavola Valdese, Maria
Bonafede, il «Ruini» dei valdesi, nella modesta sede
vicino alla Stazione Termini. «Per motivi etici
avevamo rinunciato alle quote non espresse, ma nel
2000, visto l´uso che ne faceva lo Stato, le abbiamo
chiese. Abbiamo incontrato governi di destra e di
sinistra, il vecchio Letta e il nuovo. Ogni volta ci
rinviano. Se la ottenessimo oggi, la vedremmo solo nel
2010. Lo Stato anticipa i soldi alla Cei, ma agli
altri li versa con tre anni di ritardo».
Ai valdesi sono andati nel 2006 circa 5 milioni 700
mila euro, ma avrebbero diritto a oltre 13 milioni. Il
resto lo trattiene lo Stato. La Tavola Valdese usa i
soldi dell´otto per mille al 94 per cento per la
carità e il rimanente alla pubblicità. I pastori
valdesi vivono delle donazioni spontanee. Lo stipendio
base, uguale dalla «moderatrice» all´ultimo pastore, è
di 650 euro al mese. Maria Bonafede spiega: «I soldi
dell´otto per mille arrivano dalla società e vi
debbono tornare. Se una Chiesa non riesce a mantenersi
con le libere offerte, è segno che Dio non vuole farla
sopravvivere».


(hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

mercoledì 3 ottobre 2007

conferenza su Reitia e i Veneti antichi

VENERDI 5 OTTOBRE
A TREVISO
ORE 18.30
PALAZZO RINALDI, Piazza Rinaldi, 1/A
conferenza:
MEGO DONASTO REITIA . I VENETI ANTICHI
relatore dott E. Rubini
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commento:
L'evento dimostra coma sempre più in Veneto esista un
interesse per la Dea Reitia e per i Veneti antichi.
Il 2007 è stato un anno importante per far conoscere
la Dea Reitia, c'è stata anche la pubblicazione del
libro dell'amico Pier Favero su "Reitia dea dei
veneti".
Anche quest'anno, come avviene in tutte le edizioni
della "Festa dei Veneti", a Cittadella intorno alle
mura della città sono sfilati gli stendardi della Dea
Reitia, su youtube sono rintracciabili diversi filmati
di questa sfilata.
La conferenza di Treviso perciò rappresenta
un'occasione per meglio approfondire la conoscenza di
questa divinità e dei veneti antichi.
Francesco Scanagatta
cell. 349 7554994

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martedì 2 ottobre 2007

Ogm e povertà: Africa sotto scacco delle multinazionali Usa

ECO) Ogm e povertà: Africa sotto scacco delle multinazionali Usa
Roma, 1 ott (Velino) - “Le multinazionali del biotech usano le associazioni internazionali di volontariato per estendere il mercato degli organismi geneticamente modificati”. Ad avanzare questa ipotesi allarmante al VELINO è Marcello Buiatti, professore di genetica all’Università degli studi di Firenze. Secondo Buiatti, i paesi in stato di emergenza economica e alimentare subirebbero una sorta di ricatto, per cui si trovano nelle condizioni di “ricevere derrate alimentari solo a condizione che accettino prodotti e sementi ogm, forniti da Monsanto, Bayer, Dupont e Novaltis alle associazioni di volontariato ong americane”. Il processo di marketing adoperato dalle multinazionali del biotech sarebbe in questo modo molto simile a quello usato per il mercato della droga. “Mentre le prime sementi e i primi prodotti alimentari mandati tramite le associazioni di volontariato sono gratuiti – ha proseguito il genetista - negli anni a seguire, quando i semi germinano e si riproducono spontaneamente, i paesi riceventi sono costretti a dipendere dalle multinazionali del biotech pagando loro ogni anno le royalties. Inoltre le sementi ogm di un brand possono essere abbinate esclusivamente agli erbicidi e ai pesticidi dello stesso brand”. Buiatti ha spiegato che si crea in questo modo un circolo vizioso dal quale diventa molto difficile uscire. “L’unica vera funzione degli ogm è quella di resistere ai prodotti fitosanitari creati dalla stessa azienda che produce i semi. Le sementi ogm prodotte dalla Bayer, per esempio, possono convivere solo con gli agrofarmaci della stessa multinazionale tedesca. Per cui se un contadino, o in questo caso un ‘intera regione africana, adotta sementi ogm di un brand, è costretta a usare anche i fitofarmaci della medesima marca”. Spesso i contratti per le sementi proposti agli agricoltori vengono sfalsati rispetto a quelli per gli agrofarmaci al fine di creare una “dipendenza” dalla quale uscire diventa molto complicato.
“In Italia gli ogm sono vietati ma negli Stati Uniti stiamo facendo molti passi in avanti sul rapporto tra sementi e agrofarmaci”, ha spiegato al VELINO Vittorio Venturini ricercatore di Bayer CropScience. “Gli erbicidi e i pesticidi che produciamo non sono selettivi, per cui tendono a distruggere tutte le colture sulle quali vengono utilizzati, sia quelle da combattere sia quelle destinate a uso alimentare. Per questo Bayer si adopera a creare organismi geneticamente modifìcati che possano resistere a quei determinati prodotti”. Esempio è il glufosinate, erbicida della multinazionale tedesca che, se non usato sulle sementi Bayer, distrugge tutte le colture. “Con gli ogm è possibile utilizzare gli agrofarmaci per le monocolture senza però che esse vengano danneggiate”. Questo sistema porta naturalmente a un uso maggiore di sostanze pesticide da parte degli agricoltori. È di qualche giorno fa la notizia che il 90 per cento dei figli di agricoltori del Carolina del Nord, negli Stati Uniti, sono “contaminati” da pesticidi. Danielle Nieremberg, ricercatrice del Worldwatch Institute di Washington ha stimato che il consumo mondiale di pesticidi è aumentato in modo esponenziale negli ultimi quarant’anni. Nel 1961 si usavano in media 0,49 chili di “fitofarmaci” per ettaro coltivato, nel 2004 se ne usano circa due chili.
“Il Programma mondiale per l’alimentazione (Pam) non manda sementi per l’agricoltura”, ha dichiarato Vichi De Marchi, responsabile media per l’Italia dell’agenzia dell’Onu, al VELINO. “Gran parte del nostro lavoro è quello di fornire supporto alimentare ai paesi in stato di emergenza e come Onu abbiamo una posizione neutra nei confronti degli ogm”. De Marchi ha spiegato che il World food program mentre riceve dall’Europa contributi prevalentemente sotto forma di denaro, riceve dagli Stati Uniti, direttamente derrate alimentari che sono spesso ogm. “Il nostro compito, non facile, è quello di far coincidere la volontà del paese donatore con quella del paese ricevente seguendo naturalmente gli standard internazionali della salute alimentare dettati dall’Organizzazione mondiale per la salute (Oms). Molti paesi però oggi non accettano più gli ogm per non correre il rischio di venire contaminati”. È il caso dello Zimbabwe, che qualche anno fa rifiutò donazioni ogm provenienti dagli Stati Uniti. “Molti paesi ‘contenitori’ chiedono la molitura del mais così da rendere impossibile la germinazione nel terreno”, ha aggiunto De Marchi.
“Il Pam ha deciso di lavarsi le mani di questo problema”, ha spiegato al VELINO Luca Colombo, membro della Fondazione dei diritti genetici. “Con atteggiamento pilatesco, il Pam sostiene che sta al singolo paese ‘recipiente’ decidere se accettare le derrate ogm ed eventualmente richiedere la molitura dei grani”. È tradizione di quei paesi destinare una parte degli aiuti alimentari ricevuti alla semina, procedura molto rischiosa per eventuali contaminazioni genetiche. “Per fortuna nei paesi del terzo mondo non ci sono ancora leggi legate alle royalties come nei paesi del nord America, per cui il rischio che si corre non è tanto quello della dipendenza economica dei paesi riceventi nei confronti delle multinazionali del biotech”, ha proseguito Colombo. “Anche perché gli Stati Uniti sono ora molto concentrati sulle bioenergie e sul bioetanolo per cui non hanno più la disponibilità alimentare da destinare al volontariato che avevano fino a pochi anni fa”. L’agronomo della Fondazione dei diritti genetici ha spiegato che lo strumento usato dalle multinazionali del biotech per estendere le colture ogm, non è più quello degli aiuti alimentari ma un vero e proprio programma di penetrazione attraverso “un’opera di convincimento” da parte di tecnici specializzati in loco che spiegano agli agricoltori locali le “virtù” degli ogm. “Si tratta di una specie di istruzione agricola mediante programmi specifici tesi a portare i contadini africani ad adottare la metodologia legata agli organismi geneticamente modificati”. Ma la vera intenzione delle multinazionali della biotecnologia, secondo Colombo, “è quella di far arrivare gli ogm in Europa, vero mercato interessante a causa del notevole giro d’affari legato al settore dell’agroalimentare. Rischio questo più che mai attuale visto l’abbassamento della soglia di contaminazione da ogm dello 0,9 per cento da poco approvata dalla Commissione europea”.
(Edoardo Spera)
da ilvelino.it

Parte il progetto "Un milione di alberi per Kyoto"

2/10/2007
Parte il progetto "Un milione di alberi per Kyoto"

ROMA Un milione di alberi per Kyoto è l’obiettivo della collaborazione avviata di recente fra Legambiente e l’Associazione Nazionale Vivaisti Esportatori (ANVE), insieme alle aziende associate. Si tratta di un impegno che coinvolgerà la maggior parte delle aziende vivaistiche italiane che individuano in ANVE il soggetto rappresentativo dell’intero settore ed in particolare quelle filiere vivaistiche che si distinguono per scelte produttive ecocompatibili e ogm free. La prima occasione per lanciare questo obiettivo sarà l’appuntamento con La Festa dell’Albero che il prossimo 21 novembre, per il tredicesimo anno consecutivo, chiamerà ragazzi e adulti a mettere a dimora migliaia di piante.L’iniziativa sarà poi ripresa in occasione di Cambio di Clima e della Settimana Amica del Clima che, a metà febbraio, celebra l’anniversario dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto e denuncia il legame tra scelte energetiche, emissioni di CO2 e cambiamenti climatici. Un milione di piante ornamentali, sfoglianti e non, rimarranno per almeno cinque anni nei vivai contribuendo così, come piccoli polmoni verdi, all’assorbimento del carbonio in eccesso e alla lotta ai mutamenti climatici. In questo modo la collaborazione tra Legambiente e ANVE vuole incentivare anche lo sviluppo di filiere vivaistiche virtuose che contribuiscono alla conservazione della biodiversità tutelando in particolare quelle specie vegetali a forte caratterizzazione territoriale. «Insieme ad ANVE - spiega Rossella Muroni, responsabile iniziative associative di Legambiente - vogliamo impegnarci in un obiettivo concreto e di lungo periodo che coinvolga l’intero settore vivaistico in iniziative coerenti rispetto all’applicazione del protocollo di Kyoto. Inoltre, la collaborazione con l’ANVE rappresenta anche un’occasione per sensibilizzare i cittadini sull’importanza del ruolo degli alberi per la vita del pianeta e per la lotta ai cambiamenti climatici». «Siamo grati a Legambiente - sottolinea Maurizio Lapponi, presidente dell’ANVE - che ci permette di far conoscere al grande pubblico e ai cittadini uno degli aspetti più importanti della nostra professione. Il rispetto per l’ambiente è infatti un obiettivo imprescindibile per il nostro settore e per la società in generale. In virtù di questo accordo - continua Lapponi - contiamo di indirizzarci sempre di più verso scelte di risparmio energetico, di risparmio delle risorse idriche e all’utilizzo di sostanze non inquinanti».

da lastampa.it

La guerra del cibo

Utopie
La guerra del cibo
di Carlotta Mismetti Capua
Stop alle multinazionali, sì alla biodiversità dell'agricoltura.
L'indiana Vandana Shiva e l'africana Aminata Traoré combattono le stesse battaglie

Vandana ShivaVandana Shiva con il sari arrotolato intorno al corpo e il bindi rosso sulla fronte. Aminata Traoré con il copricapo in testa e il boubou colorato fino ai piedi. Vestiti tradizionali e un carisma fuori dall'ordinario: così queste due donne girano il mondo per difendere la loro terra, raccontando altre verità. L'una, Vandana Shiva, voce autorevole dell'India dei contadini. L'altra, Aminata Traoré, leader radicale dell'Africa di chi non ha voce. Sono due combattenti, volano da un continente all'altro come ambasciatrici contro la globalizzazione. Parlano forte e chiaro, e lo fanno in Paesi dove le donne non parlano affatto. Le loro sono battaglie diverse ma in fondo simili perché combattute con strumenti identici. Il nemico è lo stesso: i governi corrotti, le multinazionali, il Wto, l'Occidente dei monopoli e del capitalismo col turbo. Vandana Shiva è una fisica e una delle scienziate più note del suo Paese: attivista lo è diventata dopo. Si batte per la biodiversità in agricoltura, contro i semi geneticamente modificati che vengono venduti agli agricoltori indiani e che li mandano in rovina. Coordina una comunità che fa il possibile per aiutare i coltivatori dei villaggi a liberarsi dalla schiavitù della multinazionale Monsanto. Ma lavora con i governi di tanti Paesi, in Italia con la Regione Toscana (al progetto di San Rossore, luogo di elaborazione del pensiero new global). "Il suicidio dei contadini indiani, che hanno seminato i loro campi con gli Ogm venduti dagli americani", racconta, "è il mio dolore, il mio pensiero quotidiano. Nell'ultimo decennio, in India, più di 40mila agricoltori si sono suicidati - anche se sarebbe più esatto parlare di omicidio, o addirittura di genocidio", racconta Shiva, che con la sua organizzazione ha salvato cinque villaggi, convincendo i loro abitanti a riconvertirsi ai semi biologici. "La vita dei contadini è diventata molto difficile. Perché le politiche economiche del governo non li aiutano. Vedo le donne che non sanno come sopravvivere, che vedono il proprio lavoro distrutto".

Aminata TraoréPer cercare soluzioni a questi problemi macroeconomici Shiva parte dalle piccole cose. Per esempio si preoccupa del compost, il fertilizzante che viene preparato partendo dagli escrementi delle mucche. "Le donne indiane hanno sempre avuto il compito di preparare il compost per nutrire i terreni. Oggi invece le multinazionali vendono veleni: fertilizzanti che promettono miracoli. Ma che come primo risultato di fatto estromettono le donne dal lavoro nei campi. Il loro ruolo viene cancellato dalla chimica. Una chimica guerrafondaia per origine e vocazione: i fertilizzanti furono inventati in campo militare, e usati in Vietnam contro la popolazione. Fanno male alla terra, fanno male alla salute, fanno male alle donne". Vandana è convinta che la biodiversità dell'agricoltura, i semi, i sistemi di lavorazione, gli aratri, i trattori, i campi, i vigneti, il granoturco potranno cambiare il mondo. "Certo, non è un risultato al quale si arriva senza lottare", dice. "Credo che oggi sia in corso una nuova Guerra mondiale: quella del cibo". Aminata Traoré è un'intellettuale, una scrittrice. Ha la bellezza imponente di molte donne africane: la voce è potente, rotta dalla rabbia spesso, qualche volta dall'emozione. Quando parla è come se stesse arringando le folle, come fosse sempre su un palcoscenico. È stata ministro della Cultura del Mali, il suo Paese natale, poi consulente economica di tantissime organizzazioni internazionali. Ha studiato psicologia a Parigi, ha scritto molti libri denuncia, tutti tradotti nelle varie lingue europee, italiano compreso. Ha anche inventato e creato il Forum sociale africano, ed è stato un successo: si è tenuto, nella prima edizione, a Bamako, prima di sbarcare quest'anno a Nairobi.

"Un'altra Africa è possibile" era lo slogan delle duemila persone che vi si sono ritrovate. Lo scopo era quello di parlare, conoscere e dare obiettivi comuni agli attivisti sociali africani. Le battaglie che li hanno uniti sono state quelle contro la povertà assoluta, la corruzione, l'assenza di sicurezza sociale, le politiche per l'Aids. "Ma soprattutto abbiamo dato al mondo un'immagine diversa dell'Africa, un'Africa pronta a combattere e a difendersi", racconta, sistemandosi ogni tanto il turbante che porta come una corona. "Abbiamo bisogno di costruire una politica diversa, libera, che parta dal basso", sostiene. "In Africa non abbiamo la possibilità di spiegare, di far comprendere alla gente cosa succede e perché. Le cose accadono senza che se ne conosca il motivo. È questa la cosa più terribile". Vandana Shiva è una scienziata che ha deciso di fare politica, Aminata è un'intellettuale dalle teorie estreme: "Oggi il pianeta vive le stesse difficoltà, ovunque: la sofferenza di un giovane africano non è così diversa, né lontana, da quella di un giovane italiano. Forse è utopico pensare che il Terzo mondo salverà i primi due", dice, "ma quel che è certo è che la soluzione, la strada per la salvezza del pianeta, non arriveranno da chi comanda ora. Io ho diritto alla mia utopia, ovvero che l'Africa possa indicare a ogni Paese la via di salvezza da questo mondo così tormentato. Penso all'Africa delle relazioni umane, pacifiche, solidali, semplici: se il continente da cui provengo non è precipitato nel caos più totale è proprio grazie a questi legami deboli ma costanti tra la gente". Nel libro L'immaginario violato (Ponte alle Grazie) Aminata Traoré ha esposto chiaramente le sue teorie. E, prima di tutto ha sottolineato che l'Africa, per le violazioni dei colonizzatori che ha dovuto subire, non ha imparato a pensarsi. A immaginare un futuro per se stessa, senza colonizzatori. Perché, secondo la Traoré, le colonizzazioni in Africa non sono mai finite. Aminata Traoré racconta di "provare dolore quando guardo la televisione, non a casa mia, ma in Europa, nelle stanze d'albergo. Perché nei telegiornali vedo cose che nel mio Paese non si vedono. Per strada, seduta sulla mia veranda, vedo le donne andare al mercato, i bambini a scuola. Non la miseria e la morte che viene mostrata in Occidente. Certo, vedo i gommoni, le carrette, i naufragi in mare, i nostri giovani che annegano. I figli dell'Africa ci vengono tolti. Partono per pulire i cessi dei Paesi ricchi. Siamo depredati delle nostre risorse: l'oro, i diamanti, il cotone. Non vivo in un Paese in guerra, produciamo cotone di prima qualità, del quale siamo i primi esportatori al mondo. Eppure restiamo poveri. Tutto ci viene tolto. Ma più di ogni altra cosa siamo depredati della risorsa più grande, i nostri ragazzi". La parola preferita di Aminata è "speranza". Quella di Vandana è "shanti", pace. "l'India è il Paese della pace, della tolleranza. Sono valori che l'India può insegnare al mondo. Anche l'incertezza, che ti spinge ad aprirti, ad adattarti, è un valore. È la condizione primaria della vita in India, e l'incertezza genera speranza". Le chiediamo infine cosa farebbe se fosse lei a guidare il mondo. "Per prima cosa deciderei che non esistono "capi del mondo". E, se anche così fosse, non vorrei essere il capo del mondo", scuote la testa. "Voglio invece centinaia, milioni di capi del mondo. Tutti diversi. Di legge ne farei una sola: vietato fare la guerra".
(Pubblicato il 01 ottobre 2007)
dal dweb.repubblica.it

sabato 1 settembre 2007

Con la Dea Reitia a Cittadella 9 settembre 2007

Con Reitia a Cittadella

Domenica 9 settembre 2007,
Cittadella (padova)
Festa dei Veneti
quarta edizione.

La festa di svolge nelle piazze all'interno della
cinta muraria della città.
la Festa dei Veneti ha degli eventi anche il venerdì e
il sabato sera.
la manifestazione intorno alle mura della città
partirà
domenica, 9 settembre 2007, alle ore 15,00 circa.

La Festa dei Veneti è il più grande evento di cultura
veneta, durante l'edizione 2005 ventimila sono state
le presenze, nell'edizione 2006 la partecipazione è
salita a 30000 persone.

Anche quest'anno, come è avvenuto in tutte le altre
edizioni della festa, i politeisti, i pagani e i
wiccan veneti sfileranno, attorno alle mure di
Cittadella, con gli stendardi e gli emblemi della Dea
Reitia.

== le nostre mostre durante la festa
come politeisti, pagani e wiccan veneti saremo
presenti con tre gazebi, alcuni tavoli e due mostre.
Tutte e due le mostre saranno incentrate sulla figura
di scrittori veneti e la tematica della religione
nelle loro opere.

Nel corso del 2006 la mostra realizzata da Sacre
Radici verteva sui 400 anni
dell'interdizione della Repubblica Serenissima e al
pensiero di Paolo Sarpi, proseguendo in questa
direzione la mostra di quest'anno sarà incentrata
sulle poesie di Giorgio Baffo.


=== maglietta della Dea Reitia
per chi vuole c'e' a disposizione la maglietta della
Dea Reitia, la trovate ai nostri tavoli. lo scorso
anno numerose persone hanno partecipato alla sfilata
indossando questa maglietta.

= nota sulla Festa dei Veneti
voglio ricordare che la Festa dei Veneti è
esclusivamente una manifestazione culturale, gli
organizzatori hanno sempre fatto di tutto per evitare
contaminazioni di tipo "politico".
La festa ha lo scopo di rappresentare tutto il
panorama culturale del veneto. Raixe Venete, che
organizza la festa, non ha mai fatto preclusioni di
nessun tipo. è per questo motivo che i politeisti, i
pagani e wiccan veneti vi partecipano.
La festa ha raggiunto un'importanza notevole, infatti
da diverso tempo esiste la voce di wikipedia "Festa

dei veneti":
http://it.wikipedia.org/wiki/Festa_dei_Veneti

= la festa e le foto della Dea Reitia
in internet è reperibile una copiosa documentazione,
sia in fotografie che in video, della sfilata dei
politeisti, dei pagani e dei wiccan veneti con gli
stendardi della Dea Reitia.
un buon albun fotografico è stato realizzato dagli
amici della Wicca di Reitia.
questi sono alcuni dei link dove trovare della
documentazione fotografica:
http://www.federazionepagana.it/cittadella2005.html

http://www.federazionepagana.it/cittadella2006.html
un video è reperebile a questo link:
http://video.google.it/videoplay?docid=476...erazione+pagana
inoltre sui video di google sono presenti numerosi
filmati che documentano la Festa dei Veneti, in tutti
i suo aspetti, è sufficiente effettuare una ricerca
con le parole chiave "festa dei veneti".

=== campagna per Evo Morales premio Nobel per la pace
2007
durante tutta la giornata uno dei nostri tavoli sarà
completamente dedicato alla raccolta firme per Evo
Morales premio Nobel per la pace 2007.

saluti
francesco scanagatta
Cell: 349 7554994
il mio blog: http://paganesimo.blogspot.com

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giovedì 2 agosto 2007

SONDAGGIO IN PIAZZA SUL BIOTECH


SONDAGGIO IN PIAZZA SUL BIOTECH



venerdì 27 luglio 2007
Via telefono, via internet, nelle piazze, il fronte del no agli Ogm si mobilita dal 15 settembre al 15 novembre per una consultazione nazionale.L'obiettivo è raccogliere almeno tre milioni di voti «firmati» sull'uso di prodotti transgenici nella filiera agroalimentare italiana. L'iniziativa è stata lanciata dalla coalizione «Liberi da Ogm» formata da 27 sigle, tra Coop Italia, organizzazioni ambientaliste (Legambiente, Greenpeace, Vas e Wwf), imprenditoriali (Coldiretti, Cia, Copagri, Aiab, Legacoop agroalimentare, Cna e Confartigianato) e dei consumatori (Slow food, Adusbef, Adoc, Adiconsum). A coordinare l'organizzazione di questa sorta di «referendum » propositivo – che prevede una serie di incontri sul tema in tutta Italia e cinque grandi appuntamenti a Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Bari – la Fondazione per i diritti genetici, presieduta da Mario Capanna. «Si tratta di un'operazione necessaria – sottolinea Capanna, che ha illustrato l'iniziativa a nome di tutta la coalizione – come strumento politico di pressione nei confronti della Commissione Ue. L'Esecutivo comunitario, infatti, contro la volontà dei consumatori tenta di imporre i prodotti transgenici e parallelamente un modello di sviluppo che per l'Italia rappresenterebbe un suicidio economico. La negazione della qualità del made in Italy agroalimentare, apprezzato in tutto il mondo». Intanto continua la polemica sulle sperimentazioni in campo delle piante transgeniche, che in Italia sono vietate. Il presidente di Assobiotec, Roberto Gradnik, si è detto «sconcertato »per l'annuncio fatto,mercoledì scorso alla Camera, dal ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro che ha confermato il blocco dei test dopo la bocciatura dei protocolli tecnici da parte del ministero dell'Ambiente:«Mentre l'Europa apre agli Ogm - afferma Grandnik- in Italia siamo schiavi di una minoranza conservatrice che difende interessi neoprotezionistici ». Secondo il presidente di Assobiotec, chiudendo agli Ogm, «l'agricoltura nazionale dovrà pagare un prezzo molto alto in termini di innovazione e capacità di competere, rischiando inoltre la distruzione del nostro patrimonio di ricerca e innovazione». Il Sole 24 ore, 27 luglio 2007
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