lunedì 18 febbraio 2008

Il fantasma dell’elettrochoc

l’Unità 18.2.08
Il fantasma dell’elettrochoc
di Clara Sereni

La richiesta di alcuni psichiatri italiani di «sdoganare» l’elettrochoc non stupisce più che tanto: è da tempo che una parte della classe medica chiede le venga riconsegnata carta bianca nel campo della malattia mentale, accompagnata su questa strada da una parte - peraltro fortemente minoritaria - delle associazioni di famigliari.
Non c’è da stupirsi, e alcune voci che si levano scandalizzate somigliano più al bisogno di salvarsi l’anima che non ad una reale volontà di affrontare i temi scottanti che una riflessione davvero seria sulla malattia mentale porta con sé. Perché da anni ormai il nodo della salute mentale è scivolato via dal tavolo della memoria storica, della politica con la «p» maiuscola, delle istituzioni, insomma delle collettività, per essere riconsegnato alla sofferenza delle famiglie da un lato, e dall’altro alla scienza medica, mai così poco esatta come in questo settore. Esistono tante e tante esperienze che, su e giù per l’Italia, dicono che è possibile per le persone con sofferenza mentale e psichica avere una vita degna di essere vissuta. Ma queste esperienze, e coloro che a vario titolo ne partecipano, hanno scarsissima visibilità, non hanno voce, restano dentro un circuito chiuso, ad esempio di convegni a cui assessori e ministri si affacciano generalmente per lo spazio di un saluto.
Con l’eccezione luminosa e competente di Romano Prodi, che all’epoca della Fabbrica del programma dedicò un’intera giornata all’ascolto di richieste ed esperienze, scegliendo la salute mentale come paradigma non solo del funzionamento della sanità, ma del benessere delle comunità nel loro insieme. Grandi speranze si accesero allora, ma poi tutto o quasi è caduto di nuovo nella distrazione e nella smemoratezza, restituendo medici e famiglie alle loro solitudini.
Di salute mentale ho scritto talvolta sulle colonne di questo giornale, tentando di rinverdire la memoria storica delle lotte collettive che, nel 1978 (nei giorni tremendi del rapimento Moro e dei governi di solidarietà nazionale, non dimentichiamolo), portarono alla promulgazione della legge 180. Con più forza sento il dovere di farlo oggi, di fronte a questo oscuramento anche del buon senso.
Vedete, io non sono medico, e dell’elettrochoc so più o meno quello che sanno tutti: la violenza, solo apparentemente mitigata da nuove anestesie; la distruttività, irreparabile; l’utilità molto molto discutibile. E non mi si venga a dire che anche Basaglia lo praticò, in una certa occasione: lo fece per ragioni squisitamente politiche e difensive, e chi abbia voglia di leggere i suoi scritti può controllarlo agevolmente. Dunque non posso mettere in campo competenze scientifiche. Ma un’esperienza sì: quella di una madre con figlio gravemente schizofrenico, e soprattutto l’esperienza di una Fondazione, «La città del sole», che da dieci anni costruisce progetti di vita per persone con disabilità psichiche e mentali. Progetti attraverso i quali ho visto svilupparsi abilità e competenze, in particolare quella a vivere una vita degna: fatta anche di sofferenza e di malattia, come la vita di tutti, ma non solo di sofferenza e di malattia. Una vita fatta di un’abitare normale, di un lavoro normale, di rapporti amicali, di occasioni normali di tempo libero, tutti contesti resi più forti e coesi da un lavoro faticoso e accurato di integrazione. Senza dimenticare mai che l’integrazione fa bene non solo ai fragili e ai diversi, ma a tutti: perché ciascuno di noi, per quanto possa nasconderlo anche a se stesso, ha un proprio lato fragile, diverso, sofferente, e non è tagliandolo via, amputandosi, che si può stare meglio.
Comunque lo si guardi, l’elettrochoc è un’amputazione. Quando si tratta di chirurgia, tagliar via una parte anche piccolissima del corpo (un dente, un’unghia) è una extrema ratio: accade quando si sono provate tutte ma proprio tutte le vie, e nessuna è risultata praticabile. Altro è quando si asportano escrescenze pericolose, corpi estranei: un cancro, una pallottola.
I matti non sono un cancro, e neanche una pallottola. Non sono corpi estranei. Sono persone che ci somigliano. E per questo ci fanno tanta paura. Solo dopo aver provato tutte, ma proprio tutte le strade di cura e di integrazione, forse si potrebbe arrivare a pensare di tagliar loro via una parte (operazione "chirurgica", nella fattispecie, quanto "chirurgici" sanno essere i bombardamenti). Non prima. Non in un prima fatto di risorse scarse, di formazione insufficiente e spesso vecchia degli operatori, e in primis degli psichiatri. Non in un prima fatto di disattenzione collettiva, e di un insicurezza che trova nella repressione di ogni differenza un rimedio perentorio quanto fallace.
C’è un filo nero che lega l’antisemitismo delle liste dei docenti ebrei alle donne-streghe braccate in corsia, al razzismo, alle violenze sui disabili immortalate in you-tube, e arriva fino allo sdoganamento della pratica medievale dell’elettrochoc. Tagliar via questo filo, interromperlo, impedire che si rafforzi e diventi un nodo scorsoio per la società, è questione che riguarda tutti, e non solo chi quel filo nero se lo ritrova avviluppato intorno.

domenica 17 febbraio 2008

Lo psichiatra. Per spiegare il comportamento non bastano due molecole.

Corriere della Sera 17.2.08
Lo psichiatra. Per spiegare il comportamento non bastano due molecole.
Ma è utile approfondire queste ricerche
L'opinione di Vittorino Andreoli

Desiderio
Secondo Sigmund Freud, ogni uomo ha desiderato di ammazzare almeno una volta nella vita

Le motivazioni che portano ad ammazzare sono molteplici. Si può uccidere per vendetta e allora la voglia di ammazzare si seda dopo aver eliminato la vittima designata. Si può uccidere serialmente (i serial killer) e allora le vittime sono degli anonimi che rientrano dentro una logica «sessuale» anche se con azioni indirette che giungono fino a usare il cadavere. Si può uccidere per piacere come gesto di un desiderio di mostrare il proprio potere totale sulla vittima. Si può uccidere, come nel caso di Smerdiakov nei Fratelli Karamazov,
per esprimere la massima libertà. Si può ammazzare su richiesta della organizzazione criminale di cui si è parte e che ordina un morto. Si può uccidere per guadagno, su commissione. Si può uccidere in guerra e il gesto ha un sapore persino eroico. Si può uccidere per un meccanismo darwiniano, per far sopravvivere la specie a cui si appartiene. Si può uccidere per odio, ma persino per amore.
Sigmund Freud sosteneva che ogni uomo almeno una volta nella vita ha desiderato di ammazzare e riteneva che lo potesse fare non solo per un vantaggio o per saldare uno sgarbo, ma persino per una banalità. Questo desiderio «universale» non diventa cronaca nella maggior parte dei casi poiché vengono attivati i freni inibitori. Si tratta di imperativi proprio dell'Io (internalizzati) oppure derivanti da una legge che condanna o da una norma etica che ha effetti nel cielo.
Da questo punto di vista l'uccidere, come comportamento agito, dipende dalla combinazione tra voglia di ammazzare e divieti a farlo. I freni inibitori possono essere forti o deboli e così la voglia, la pulsione a uccidere. Negli ultimi due decenni si è capovolto il dogma di Cesare Lombroso il quale riteneva che questo comportamento fosse da attribuire ad una degenerazione del cervello (nel senso di Morel) e dunque ad una anomalia stabile. Aveva formulato la teoria del criminale (e quindi dell'omicida) nato. Si è visto, invece, che sono molti i casi di criminali che non rientrano in alcuna delle categorie psichiatriche e ciò ha portato a concludere che l'uccidere è compatibile con la normalità. Del resto non risulta che il contributo all'uccidere sia statisticamente maggiore nella follia che nella normalità.
È certamente dimostrato che i due meccanismi ricordati, la pulsione a uccidere (voglia di eliminare) e l'attivazione dei freni inibitori, hanno una dimensione anatomica in circuiti specifici e neuromediatori ben identificati. È certo che stimolandoli o inibendoli, si può aumentare o diminuire il comportamento omicida negli animali di laboratorio.
Ma è impossibile con due mediatori ad assetto contrapposto spiegare la fenomenologia così differente delle motivazioni e le varie tipologie dell'uccidere. Se si vuole ridurre la complessità a due molecole, semplicemente si delira. Se si vuol affermare che non c'entrano le molecole, si fa dello spiritualismo o dell'animismo di marca medievale.
La biochimica che si manifesta nel comportamento omicida è interessante e va approfondita. È utile, purché non si arroghi il desiderio onnipotente di voler oggi, con quello che sappiamo, spiegare il perché si uccide, sia pure rimandando ad un gene che confeziona le zone anatomiche in cui quei modulatori operano. Più modestamente occorre dire che sappiamo ancora troppo poco e che dunque ci resta il dubbio. Il dubbio che è il motore per continuare a ricercare e per sperare di capire.

Oscar Wilde: L'omicidio è sempre un errore: non si deve mai far niente di cui non si possa poi parlare dopo cena

Bimbi iperattivi guerra sugli psicofarmaci

La Repubblica 17.2.08
Contesa fra associazioni, un fascicolo della Procura
Bimbi iperattivi guerra sugli psicofarmaci
di Stefania Parmeggiani

Associazione denuncia genitori: vanno in Veneto, dove è più facile procurarseli

BOLOGNA - Psicofarmaci per bambini iperattivi. Scoppia la guerra tra associazioni e genitori che, a caccia di ricette facili, si trasformano in pendolari della sanità per comprare, in altre regioni, Rivotril e Prozac. Dopo una denuncia del comitato per la farmacovigilanza pediatrica "Giù le mani dai bambini", la Procura di Bologna ha aperto un fascicolo informativo, per ora senza indagati né ipotesi di reato. Vuole fare chiarezza su quanto dichiarato da Gianni Zappoli, delegato del Centro formazione e ricerca Don Lorenzo Milani, al sito Internet del comitato: alcuni genitori sarebbero stati spinti dall´associazione bolognese "Agap, Amici di Paolo", a utilizzare psicofarmaci per il trattamento nei bambini della sindrome di Adhd, ovvero il disturbo da deficit di attenzione e iperattività.
La stessa associazione avrebbe poi suggerito ai genitori, visto che sotto le Due Torri i medici sarebbero reticenti nel firmare ricette, di rivolgersi a un centro di San Donà di Piave, in provincia di Venezia. Un´altra accusa metteva in discussione la laurea in psicologia di Monica Isabella Pavan, fondatrice dell´Agap e madre di un ragazzo, ormai diciannovenne, che ha sofferto di questo disturbo in forma grave. La signora ha confermato di aver scelto il centro di San Donà, dove il figlio è stato trattato anche con questi farmaci, ma ha poi precisato che «non sono una bacchetta magica».
Ieri il sostituto procuratore Luigi Persico ha chiesto ai carabinieri un´informativa che ricostruisca la vicenda. Un atto puramente conoscitivo per sapere se ci sono state iniziative negli istituti scolastici sulla cura della sindrome con psicofarmaci e, nel caso, se siano state autorizzate. Si tratta di un accertamento preliminare per inquadrare il problema. Al momento non c´è nessuna presa di posizione verso le associazioni sia a favore che contro la somministrazione dei due farmaci, ma la volontà di fare chiarezza su una questione tanto delicata quanto diffusa. Dopo Bologna, infatti, sono arrivate segnalazioni da altre città italiane tra cui Messina, Belluno, Palermo, Roma, Sassari, Frosinone e altre città.

sabato 16 febbraio 2008

No-tav in piazza, pronti con qualsiasi governo...

No-tav in piazza, pronti con qualsiasi governo...

di Maurizio Pagliassotti

Liberazione del 14/02/2008

Che sia Veltroni o Berlusconi, i valsusini si troveranno al centro della bufera e per questo si preparano chiedendo l'abbandono dell'Osservatorio istituzionale e manifestando dissenso alla linea dei sindaci

Tornano le barricate in Valsusa. All'orizzonte della vicenda Tav si profilano momenti di tensione e il movimento si prepara. Per i No-tav il nemico si chiama Veltrusconi, il nuovo che avanza perché non c'è migliore madre delle larghe intese che l'alta velocità. Per fronteggiare chiunque vinca nelle prossime elezioni i valsusini ieri si sono incontrati a Condove: per ricordarsi i bei tempi dei ministri Lunardi e Scajola e soprattutto per rincarare la dose dell'opposizione al progetto. Il rumoroso incontro, a cui hanno partecipato oltre mille persone, si è svolto in concomitanza con il tavolo politico avvenuto a Roma.
La solita marea di bandiere bianche con scritta rossa si è radunata in piazza Martiri della Libertà alle cinque del pomeriggio sfidando l'aria fredda proveniente dalle montagne circostanti. Il momento è importante per il movimento. Da qualche tempo una pressante campagna stampa lo dà spacciato, diviso, a livello popolare e istituzionale. Secondo l'adagio che tutti sarebbero pentiti e ora vorrebbero il treno. Dalla piazza di ieri invece giungono fatti e parole del tutto contrari: non si passa né oggi né fra dieci anni. Qualsiasi governo si incarterà come tutti gli altri e vengano pure anche con i carri armati. Il movimento è compatto come due anni fa. Con un surplus di messaggio al "la Sinistra l'Arcobaleno": tira un'aria di astensionismo fortissima da queste parti, fate qualcosa per recuperare. Gli amministratori locali (leggi Antonio Ferrentino) che eventualmente si candideranno alle prossime politiche rischiano di prendere pochi voti dal movimento. E l'osservatorio deve essere abbattuto, gli amministratori devono uscirne subito perché è una truffa. Fine del messaggio a Roma, a Torino e anche ai sindaci della Valle.
I fatti: per prevenire ogni fraintendimento il movimento ha iniziato la campagna "compra un posto in prima fila." In località Colombera, vicino a Chiomonte, un paio di cittadini stanno vendendo (in realtà regalano) lotti di un metro quadro del terreno dove dovrebbe terminare il mega tunnel del "nuovo percorso" (quello tracciato nei grafici della stampa confindustriale ma senza un progetto). Lo scopo: qualora l'ipotesi fantasiosa del nuovo tracciato dovrebbe essere realizzata si schianterebbe contro migliaia di espropri forzosi. Talvolta la burocrazia italiana può essere davvero un ostacolo insormontabile. E dopo Chiomonte altro shopping di terreno si prevede a Mattie, ove sbucherebbe il presunto camino di ventilazione.
A guardarlo da fuori il movimento No-tav sembra sentire l'eccitamento della ripresa della lotta a tutto campo. E' vero infatti che due anni di governo Prodi hanno calmato e rasserenato gli animi. Sapere che voti strategici dell'esecutivo controllavano la vicenda tav ha fatto ripiegare molte bandiere. Ora la situazione è cambiata e non sono in pochi quelli che vedono nel futuro un potenziale aspetto positivo, ovvero la chiusura definitiva della partita con largo anticipo. Giovanni Vighetti, della redazione di "Sarà Dura!", ad esempio commenta: «Cosa stanno facendo a Roma? Un governo sfiduciato dovrebbe occuparsi solo dell'ordinaria amministrazione. La Tav è ordinaria amministrazione? Perché Ferrentino è giù e non qua con noi?». Il presidente della Comunità Bassa Val Susa è a Roma perché si sente forte proprio dei dati dell'Osservatorio che smontano pezzo per pezzo la pretesa che la Tav sia necessaria e urgente. Se sul tavolo romano non si facessero trucchi la sua strategia sarebbe corretta. Ma la piazza che ieri si è riunita a Condove non si fida, teme ribaltoni e vorrebbe passare subito al rovesciamento del tavolo a cui siedono Prodi, Di Pietro, Pecoraro Scanio, Bresso, Virano, Chiamparino... ufficialmente seduti per risolvere il nodo del tracciato della nuova linea. Bisognava arrivare a una proposta entro questa primavera. Obiettivo semplicemente impossibile da raggiungere.
L'incontro è stato caratterizzato da un duro scontro tra il sindaco di Torino Chiamparino, la presidente della Regione Bresso e Ferrentino. I primi due volevano imporre un accordo per riconoscere di fatto l'accettazione del tunnel di base (quello di 75 chilometri). Forzatura che ha portato a un passo dalla rottura. E' passata invece la linea di attendere la fine del mandato dell'osservatorio, il 30 giugno, per la valutazione di tutte le opzioni in base ai risultati ottenuti (al momento tutti favorevoli al fronte No-tav), compresa quella che prevede il solo ammodernamento della linea storica. Tanto che il ministro Ferrero ha buon gioco a dire che se il tavolo ha «preso atto delle risultanze dell'Osservatorio», il governo «dovrebbe trarre ora le conseguenze pratiche» ovvero «l'attuale linea ferroviaria è del tutto sottoutilizzata e per i prossimi trent'anni non c'è bisogno di nessuna nuova linea o di una nuova galleria». Meglio discutere su opere utili per il trasporto e senza colossali sprechi. Intanto, il tavolo politico ha anche ideato il Piano strategico per il territorio, ovvero 500mila euro per opere di compensazione per la Valle e gli altri territori della provincia di Torino attraversati dalla linea. Lo zuccherino per gli amministratori.

Biocarburante, quanto ci costi

Biocarburante, quanto ci costi

Il Sole 24 Ore del 15 febbraio 2008, pag. 1

di Leonardo Maugeri

Non stiamo vivendo soltanto uno shock petroli­fero. In modo più subdolo e meno appariscente, nel mon­do sta montando uno shock da biocarburanti. È solo me­no visibile, perché è ancora ai suoi albori e i suoi primi ef­fetti colpiscono soprattutto le popolazioni più povere della Terra.



Figlia della ricerca di alternati­ve al petrolio, la corsa alla produ­zione di biocarburanti sta intaccando i fondamentali del merca­to mondiale di alcuni prodotti es­senziali per la catena alimentare umana - principalmente cereali e oli vegetali. Anche quando molti di questi beni non entrano direttamente nella nostra dieta lo fanno indirettamente, poiché sono essenziali come mangimi per animali: per cui, se aumenta il costo dell'alimentazione ani­male, aumenta necessariamente il prezzo della carne che finirà sulle nostre tavole.



Il problema è relativamente semplice. Molti coltivatori prefe­riscono destinare i loro terreni alla coltivazione di colture in gra­do di produrre etanolo (sostitu­to della benzina, che si può otte­nere da canna da zucchero, mais, barbabietola) o biodiesel (sostituito del gasolio, che si ot­tiene da oli vegetali come l'olio di palma, soia, colza). Data la cre­scente domanda di biocarburan­ti e i forti sussidi pubblici garanti­ti da molti Governi - primo fra tutti quello degli Stati Uniti - per quei coltivatori risulta molto più conveniente abbandonare il mercato alimentare e buttarsi su quello dell'energia. Così facen­do, tuttavia, sottraggono le loro produzioni al primo, in cui la domanda di quegli stessi beni è pu­re in forte crescita.



Gran parte del mondo in via di sviluppo richiede più proteine e calorie, segno inequivocabile di un'espansione economica che migliora il tenore di vita: un cine­se consumava 20 kg di carne l'an­no nel 1985, ma nel 2007 il consu­mo pro-capite del Paese ha supe­rato i 50 kg. L'effetto combinato di questa doppia domanda sui prezzi è immediato, anche per­ché un chilo di carne di manzo ri­chiede otto chili di cereali (in fa­se di alimentazione dell'animale) ma rilascia un numero di calorie uguale a quello del semplice chi­lo di cereali. Molti analisti hanno rintuzzato gli avvertimenti preoccupati sulla potenziale compe­tizione tra usi alimentari e ener­getici di molte produzioni agrico­le. Per loro la crescita dei prezzi dell'ultimo biennio è dovuta sol­tanto a un balzo inatteso della do­manda alimentare che si è scon­trato con una produzione insufficiente, basse scorte e eventi cli­matici sfavorevoli - oltre che a fe­nomeni speculativi. Ma le cose stanno così solo in parte.



I picchi dei prezzi di cereali e oli vegetali nel 2007 sono arriva­ti in una fase di produzione record. Per i cereali, per esempio, la produzione del 2007 si è atte­stata su circa 1,7 miliardi di ton­nellate, un livello mai raggiunto nella storia. Record analoghi so­no stati toccati da olio di palma e soia. Eppure questo non è basta­to, tanto che le scorte di cereali sono calate di oltre 50 milioni di tonnellate - segno della pressio­ne fortissima di una domanda in crescita. Ma domanda di che? Bene, solo negli Usa 30 milioni di tonnellate di mais in più rispetto al 2006 sono andate alla produ­zione di biocarburanti, cui si ag­giungono altri 10 milioni di ton­nellate spostate su quel tipo di produzioni in altre parti del mondo. In sostanza, gran parte del drenaggio di scorte di cereali ha avuto per responsabile la produ­zione di energia alternativa.



Anche molti oli vegetali han­no subito la stessa sorte. In Occi­dente la cosa passa quasi sotto silenzio, ma non va dimenticato che l'olio di palma e soia è essen­ziale della dieta di centinaia di mi­lioni di persone in Asia e in Afri­ca, poiché senza di essi non si può cucinare. E questo è quanto si sta verificando in Indonesia, Malaysia e India, a causa di un'impenna­ta nei prezzi dell'olio di palma e soia. È pur vero che i rincari dice­reali e oli vegetali, nonché di molti altri beni alimentari, hanno ri­sentito di forti fenomeni specula­tivi - simili a quelli che si stanno osservando nel settore petrolife­ro - alimentati da meccanismi di finanza derivata. Ed è anche vero che le capacità produttive di beni agricoli di intere aree del mondo - a partire dalla Cina - sono sotto­sfruttate e basate su tecnologie e metodologie obsolete. Ma è pur vero che i vasti programmi di sus­sidi e altri incentivi pubblici che in molte parti del mondo si stan­no indirizzando verso le produ­zioni di biocarburanti tenderan­no a determinare uno spiazza­mento che sarà difficile recupera­re nei prossimi dieci anni, poiché il recupero tecnologico e produt­tivo dei Paesi meno avanzati ri­chiederà tempi molto lunghi.



Nel frattempo, secondo la Fao rivolte per l'aumento del prezzo degli oli vegetali sono già esplose negli ultimi mesi in Guinea, Mauritania, Messico, Marocco, Senegal, Uzbekistan e Yemen. E questo è ancor più preoccupante, perché la produzione di biocarbu­ranti è ancora a uno stato fetale ma si svilupperà drasticamente nei prossimi anni a causa di incen­tivi e obiettivi stringenti imposti dalle autorità di mezzo mondo. E quello sviluppo sottrarrà immen­se porzioni di territorio alle pro­duzioni agricole, poiché - è bene ricordarlo - servono enormi produzioni di cereali e oli vegetali per ottenere modeste quantità di carburanti, dato che il contenuto energetico di questi ultimi è mol­to basso. Questo senza considera­re le ambiguità che ancora circon­dano l'effettivo bilancio energeti­co dei biocarburanti (cioè l'ener­gia effettivamente resa al netto di quella consumata per produrli) e quello ambientale.



A questo proposito, l'ultimo numero di Science riporta i risul­tati degli studi compiuti da due università statunitensi, secondo cui i gas serra prodotti dall'etanolo produrrebbero un tasso di surriscaldamento globale due volte superiore a quello prodot­to da benzina e gasolio. Ma in tema ambientale molti altri proble­mi rimangono aperti sui carburanti biologici, a partire da quel­lo dell'enorme consumo di ac­qua (la cui disponibilità rappre­senterà un fattore critico del nostro secolo), dell'impoverimen­to dei suoli, dell'uso massiccio di fertilizzanti richiesti dalla coltivazione di immense quantità di materie prime da destinare al­la produzione di energia.



Forse il rimedio (i biocarburan­ti) è peggiore del male (il petro­lio), come ha sentenziato un recente rapporto della Fao. E, so­prattutto, non è comunque un ri­medio, perché a causa del bassis­simo contenuto di energia ricavabile dalla colture agricole i biocar­buranti non potranno mai essere un candidato credibile a sostitui­re i carburanti tradizionali. La strada difficile per sostituire in parte (e solo in parte) i derivati del petrolio nel trasporto passa dalla ricerca di frontiera applicata a colture non tradizionali (dal­le alghe, ai batteri, ai funghi) e a scarti ligneo-cellulosici. Ma è una strada complementare alla via maestra, che richiede un ab­battimento dei consumi di petro­lio incentrato su vasti piani di efficienza energetica. Fortunatamen­te, negli ultimi tempi si sono leva­te più voci critiche sulla produ­zione di biocarburanti da colture tradizionali (dall'Onu alla Fao). Ma questo non è bastato a frena­re la corsa alla loro produzione.

Sviluppare le produzioni agri­cole è certamente una prospetti­va fondamentale per molte popolazioni della Terra. In alcuni casi specifici, parte di quelle produ­zioni - in futuro - potrebbero an­che andare alla produzione di bio­carburanti, se le condizioni di mercato e la convenienza per i Pa­esi lo consentiranno. Ma vincola­re quei raccolti alla produzione di energia attraverso incentivi e sussidi è qualcosa che potremo pagare a caro prezzo in futuro.

Col miraggio dell’efficienza non si aiutano i malati

l’Unità 16.2.08
Col miraggio dell’efficienza non si aiutano i malati
di Emilio Lupo

La richiesta avanzata da alcuni psichiatri italiani al Ministro per la Salute di riproporre la pratica dell’elettroshock per le forme di depressioni gravi, sostenendo che sarebbero irrilevanti gli effetti indesiderabili (sic!), oggi, desta viva preoccupazione. Per certi versi, questo tentativo di riproporre la Tec (Terapia Elettro Convulsivante!) come una sorta di nuova tecnica terapeutica che dovrebbe essere sdoganata - così abbiamo letto sulla stampa - dai vincoli culturali e politici in cui è rimasta prigioniera ci sembra un déjà vu. Un già visto che non deve meravigliarci, affatto: esso è soltanto una sorta di rituale che - periodicamente - si ripropone all’opinione pubblica ed al mondo politico, di volta in volta con piccole modifiche che tentano (invano) di umanizzare un presunto nuovo intervento ma il cui obiettivo, resta, quello di provare a fermare l’avanzata inarrestabile della diffusione di pratiche di Salute Mentale di Comunità di cui è sempre più ricco il nostro Paese; e che si oppone, costantemente, al potere delle lobby farmaceutiche internazionali e dell’ideologia scientista che tende a riproporre - nei fatti - la custodia e cura e l’ideologia della segregazione di cui le pratiche di shock costituivano i forti cardini.
Per sostenerne la bontà dell’iniziativa si citano le postazioni attrezzate per praticare la Tec in diversi Paesi europei dalla Germania al Belgio come della Gran Bretagna e dell’Olanda senza peraltro indicarne i risultati eventualmente ottenuti. Queste premesse, che per alcuni versi ci inquietano, stimolano alcune brevi considerazioni:
a) Il contesto in cui si è andata sviluppando ed affermando l’intera esperienza italiana, la sua cospicua legislazione nazionale e regionale oltre che il sapere diffuso che è maturato negli ultimi trent’anni qui e in questo settore, non sembrano essere paragonabili alle esperienze dei succitati Paesi nell’ambito delle pratiche territoriali.
b) La riproposizione delle pratiche di shock sottende, a nostro avviso, per l’ennesima volta il mito della incurabilità delle malattie mentali e, di conseguenza, sia la cultura che la prassi che ne conseguono.
c) La Tec resta un trattamento del tutto empirico che faceva dire già nel 1995 al Comitato nazionale per la Bioetica che «la psichiatria attualmente dispone di ben altri mezzi per alleviare la sofferenza mentale…».
d) L’assetto operativo di cui si è dotato l’Italia - innovativo per i luoghi e le pratiche di Salute Mentale - non ha fatto assolutamente rimpiangere queste vecchie pratiche e, questo, particolarmente dove il prendersi cura è stato correttamente e puntualmente realizzato anche attraverso l’impiego di risorse umane ed economiche adeguate ai bisogni dell’utenza.
f) Non possiamo non essere che preoccupati - e molto - che la logica di un mero efficientismo, connotato anche come antiideologico, che si vuole introdurre oggi, tenderebbe ad ignorare i diritti degli utenti ed il loro protagonismo che resta fondamentale per qualsiasi pratica: ogni altro percorso provocherebbe la mortificazione della soggettività che l’esperienza italiana ha reso reale e tangibile in tantissime parti della penisola.
Psichiatria Democratica, ribadisce il pieno e totale dissenso nella riproposizioni della Tec per quanto fin qui esposto. Da ultimo si appella agli operatori impegnati nelle diverse articolazioni funzionali della sanità, alle associazioni di utenti e di familiari, al mondo della Università, della ricerca e della cooperazione sociale, del lavoro, della politica e dell’informazione acchè si sviluppi e cresca un impegno collettivo per potenziare i servizi del territorio - con tutte le risorse necessarie - capaci di realizzare in maniera sempre più diffusa corrette pratiche di presa in carico globale.
Questa proposta, infatti, secondo Psichiatria Democratica rappresenta l’ennesimo attacco alla legge di riforma, peraltro già tentato con la proposta Burani-Procaccini dal governo di centro destra, e ciò a soli due mesi dalla competizione elettorale.
di Psichiatria Democratica

Storia dell’elettroshock dal macello al manicomio

l’Unità 16.2.08
Storia dell’elettroshock dal macello al manicomio
di Cristian Fuschetto

UN GRUPPO DI PSICHIATRI chiede alla ministro della Sanità, Livia Turco, di riabilitare la terapia elettro-convulsivante. Inventata da Cerletti nel ’38, ha avuto grande fortuna negli Stati Uniti grazie alle assicurazioni sanitarie

«Sdoganare» l’elettroshock. Questa in estrema sintesi è la richiesta che il prossimo 21 febbraio a Roma, in occasione dell’inaugurazione del loro congresso nazionale, gli psichiatri italiani ufficializzeranno al Ministro della Salute Livia Turco. Intanto tra gli specialisti, capeggiati da nomi di prim’ordine, come quelli di Giovan Battista Cassano, Giulio Perugi, Mario Guazzelli, Paolo Girardi, Roberto Delle Chiaie, Giuseppe Bersani, Alessandro Rossi, Giovanni Muscettola, Athanasios Koukopoulos, Carlo Magini e Marcello Nardini, è già partita una petizione per chiedere fondamentalmente due cose, una di ordine strutturale l’altra di ordine culturale: la prima è l’aumento dei centri clinici autorizzati a praticare l’elettroshock (oggi in Italia sono nove le strutture dove è possibile praticarlo, sei pubbliche e tre private); la seconda è un cambiamento di rotta nella percezione pubblica della cosiddetta terapia elettroconvulsivante (Tec). In effetti, se è vero che nell’alveo delle scienze mediche quella psichiatrica rappresenta probabilmente il sapere più discusso, non c’è dubbio alcuno che di questo sapere l’elettroshock rappresenta la pratica assolutamente più controversa.
Del resto, pur non volendo scomodare Michel Foucault e le sue celebri analisi sul «potere psichiatrico» e sulle sue pratiche di «normalizzazione», la letteratura e la filmografia hanno sistematicamente narrato negli ultimi decenni storie di folli, o presunti tali, (mal)trattati da psichiatri-aguzzini che brandiscono elettrodi come strumenti di tortura, fortificando così nell’immaginazione collettiva l’elettroshock come una sorta di icona dell’arbitrio esercitato dalla società nei confronti di chi non riesce o, magari, di chi non vuole «normalizzarsi» alle sue regole. Tant’è vero che risulta quasi impossibile narrare la storia di questa terapia psichiatrica senza incrociare le infinite letture che via via sono state fatte sui suoi ambigui effetti sociali, nonché su quelli, non meno ambigui, sulla dignità del paziente.
Ebbene, l’idea di utilizzare l’elettricità per generare delle convulsioni nel cervello di un malato psichiatrico è di un italiano. Fu il professore Ugo Cerletti, docente di neuropsichiatria a Genova e poi a Roma, a sperimentare per la prima volta nell’aprile del 1938, insieme al suo collega Lucio Bini, la terapia elettro-convulsivante su un paziente affetto da schizofrenia con sintomi di delirio, allucinazione e confusione. In effetti è la stessa genesi di questa terapia a contribuire alla sua cattivissima fama: l’idea di utilizzare la Tec su pazienti neuropsichiatrici gli venne dopo aver osservato alcuni maiali che venivano anestetizzati con una scarica elettrica prima di essere condotti al macello. È per questo che per descrivere gli esperimenti del neuropsichiatria la formula più usata è «dal mattatoio ai manicomi». Comunque, anche grazie a Bini, negli anni successivi la tecnica dell’elettroshock fu affinata e resa più affidabile, soprattutto per il trattamento delle psicosi maniaco-depressiva e dei casi più gravi di depressione. Il lavoro di Cerletti e dei suoi allievi ebbero un’influenza notevole, tanto che l’uso della terapia si diffuse velocemente in tutto il mondo. Inizialmente la terapia veniva praticata su pazienti coscienti, senza uso alcuno di anestesia o di rilassanti muscolari. Per questo non erano rari, anzi tutt’altro, i casi in cui i pazienti perdevano conoscenza durate la seduta subendo, inoltre, anche delle fratture a causa delle violente contrazioni muscolari incontrollate.
Grazie al miglioramento del trattamento farmacologico delle malattie mentali e, soprattutto, sotto i colpi della contestazione del movimento di riforma psichiatrica capeggiato da Franco Basaglia, che vedeva nell’elettroshock solo uno strumento di degradazione del malato psichiatrico, uno dei metodi più efficaci per trasformare il malato da «persona a cosa», la Tec cade progressivamente in disuso negli anni Sessanta e Settanta.
Curioso e significativo al tempo stesso è la sua rivalutazione negli anni Ottanta, quando la terapia ha conosciuto una fase di espansione e di rivalutazione soprattutto in America. Curioso perché a dettare l’inversione di tendenza non furono progressi medici. Significativo perché questa inversione fu invece dettata da trovate assicurative. Le compagnie di assicurazione, infatti, introdussero nei contratti una clausola in base alla quale esse avrebbero pagato agli assicurati il ricovero per non più di sette giorni, decorsi i quali la copertura assicurativa sarebbe scattata solo nel caso di necessità di interventi maggiori, quali per esempio quelli chirurgici. Il fatto è che in psichiatria l’unico intervento maggiore che avrebbe giustificato la prestazione assicurativa anche oltre i primi sette giorni di ricovero era appunto l’elettroshock. Oggi è impiegato nel trattamento dei casi in cui ha dimostrato un’utilità certa (casi tra i quali non figura la schizofrenia) previa somministrazione di anestetici e rilassanti muscolari per controllare le convulsioni.
Nel 1996 l’allora ministro della Sanità Rosy Bindi, con una circolare che venne soffocata dalle polemiche, provò a reintrodurla nella prassi dei trattamenti terapeutici. Ma senza risultati di rilievo. Così come non ha prodotto alcuna conseguenza importante, nemmeno nell’ambito del più ampio dibattito culturale, il parere positivo espresso sull’impiego della Tec dal Consiglio Nazionale per la Bioetica, che nel 1995 affermava che «pur auspicando la prosecuzione della “ricerca di vie alternative” ad una terapia “storica” come la terapia elettroconvulsivante, il Cnb, richiamando la particolare rilevanza etica dei principi generali in materia di consenso informato, ritiene che non vi siano motivazioni bioetiche per porre in dubbio la liceità della terapia elettroconvulsivante nelle indicazioni documentate nella letteratura scientifica».
Vedremo se a determinare l’inversione di tendenza tanto auspicata da questa nuova generazione di psichiatri riuscirà la petizione appena presentata al Ministro Turco. Di certo, a prescindere da ogni conclusione, quel che appare indubbiamente condivisibile è che su questi temi si riesca a costruire un autentico dibattito pubblico.

mercoledì 13 febbraio 2008

«Sotto sotto Veltroni è un teodem come me...»

«Sotto sotto Veltroni è un teodem come me...»

Secolo d'Italia del 13 febbraio 2008, pag. 7

di Valter Delle Donne

«Sono Paola Binetti, so che mi ha cercato per un'intervista». Al telefono la senatrice teodem (fatta oggetto di mille ironie per l'adesione all'Opus Dei e per aver rivelato di portare il cilicio) è la mitezza fatta persona. Ci si sente quasi in colpa a farle domande "cattive" e ancor di più a fare l'av­vocato del diavolo.

La sua intervista rilascia­ta al "Corriere della Sera" in difesa di Berlusconi ha mandato su tutte le furie mezzo centrosinistra.

Mi sembra un po' esagerato. Ne ho letti solo un paio...

Angelo Bonelli dei Verdi, Luisa Boccia di Rifondazio­ne, Marco Cappato della Rosa nel pugno, Cesare Salvi della Sinistra democratica...

Cesare Salvi?

Sì, anche l'ex ministro. Chiede di sapere se Veltroni è d'accordo con lei.

È ovvio che Veltroni è d'accordo con me.

Sicura? Leggendo le agen­zie trovo critiche anche all'interno del Pd. Gianni Cuperlo, per esempio, defi­nisce la sua linea «larga­mente minoritaria». Sostie­ne che sulla 194 la posizione del sindaco di Roma sia dia­metralmente opposta alla sua.

Non è vero. Io ho sottoscritto un manifesto dei valori del Pd dove è esplicito il riferimento alla tutela alla vita.

Quindi lei mi garantisce che Veltroni la pensa come lei e non come Cuperlo?

Il manifesto dei valori conta di più di una dichiarazione rilascia­ta ai giornali.

Molti si chiedono come mai lei si ostini a rimanere nel centrosinistra, visti e considerati gli attacchi di cui viene fatta oggetto.

Trovo che ci sia tanta gente che la pensa come me...

Anche sulla legislazione sulle coppie di fatto?

Mi pare che alla fine questo governo non sia riuscito ad approvare nessuna legge sull'argomento, tanto che il provvedimento si è fermato in Commissio­ne.

Magra consolazione. Resta il fatto che sembra un pesce fuor d'acqua in questo schieramento. Poi si mette a elogiare persino l'odiato Berlu­sconi.

Ha letto l’"Osservatore romano"? La costruzione della pace, che tut­ti noi amiamo, ha bisogno di una campagna elettorale equilibrata, in cui le differenze non vengano espresse attraverso la svalutazio­ne dell'avversario politico.

Più facile a dirsi che a far­si... Elogiare il Cavaliere può diventare pericoloso...

Non la vedo così. Il valore della vita è talmente importante che chi prende posizione su questo argomento va apprezzato. Sempre che non sia strumentale. Non vor­rei che ci fosse il partito della vita.

Allude all'iniziativa di Giuliano Ferrara?

Non si sente il bisogno di un par­tito che crei conflittualità su un tema così delicato che dev'essere trasversale. La mia intervista al "Corriere della Sera" era incen­trata proprio sulla necessità di pacificazione. Se si chiede senso di responsabilità comune per scrivere la legge elettorale, a mag­gior ragione serve un accordo tra­sversale sul valore della vita.

A proposito di accordi. Come reagirebbe se i radica­li entrassero nel Partito democratico?

Su alcuni temi specifici abbiamo punti di convergenza. E penso all'impatto positivo che ha avuto la moratoria sulla pena di morte grazie all'intenso impegno dei radicali e in particolare di Emma Bonino.

Quindi non avrebbe pro­blemi a stare nel Pd con Bonino e Marco Pannella?

Le ho parlato di alcuni punti di convergenza, non di altro. Ci sono specifiche aree di differenza tra il Pd e loro.

Quindi non li vuole?

Non dipende da me, ma chi dovrà decidere farà bene a tenere conto del fatto che i radicali non hanno partecipato al dibattito sullo sta­tuto del Pd, non hanno discusso e partecipato alla fase costituente, quindi non vedo come possano entrare adesso. Comunque, le ripeto, non tocca a me decidere.

Vede come un rischio per il Pd la tendenza al «ma anche» di Veltroni, che potrebbe costringerla a con­vivere con posizioni distanti dalle sue?

Guardi, da sindaco di Roma il segretario del Pd ha fatto tantis­simo per la tutela della mater­nità. E questi sono fatti concreti che vanno al di là delle pubbliche dichiarazioni.

Ma lei sa meglio di me che le parole in politica contano. E Veltroni sulla moratoria sull'aborto non ha pubblica­mente preso posizione. Almeno l'ha chiamata?

No, non l'ho sentito. Ma mi auguro con tutto il cuore che su questo argomento sia d'accordo con me.

Il Vaticano plaude la sfida anti-194 ma smorza: non strumentalizzare

Il Vaticano plaude la sfida anti-194 ma smorza: non strumentalizzare

Liberazione del 13 febbraio 2008, pag. 3

di Fulvio Fania
E 'caos, e neanche tanto calmo, tra il Vaticano, i vescovi e le troppe liste che in questi giorni anelano ad una benedizione. L'acqua santa per le urne rischia di scarseggiare ora che è sceso in campo l'ingombrante ateo devoto Giuliano Ferrara. La sua pattuglia di candidati Pro life, lista "di scopo" contro l'aborto, potrebbe intasare l'acquasantiera.
Ma il parere delle gerarchie non è unanime. L'Osservatore romano inanzi tutto incassa: il tema dell'aborto può diventare davvero rilevante nella campagna elettorale. Ma c'è un rischio. «Come da più parti si auspica», scrive il quotidiano del papa, «sui temi etici» vanno «evitate strumentalizzazioni ad uso elettorale». E cos'altro sarebbe l'annunciata lista per la vita? L'Osservatore finge di non vederla, anzi osserva che nel centrodestra, nel centrosinistra ed anche fuori dai due poli «si registrano diverse posizioni» a proposito di «un'eventuale riforma della legge 194» o di una sua mutata applicazione e quindi «al momento sembra possano convergere, se non altro, le intenzioni di evitare - appunto - le strumentalizzazioni». Non più tardi di ieri lo stesso Osservatore aveva invitato a distinguere tra il Vaticano e la Cei, tanto per far intendere che le perorazioni a favore di Casini e dell'unità del centro-destra, formulate dal direttore ruiniano di Avvenire , non erano da considerarsi l'unico vangelo curiale.
La lobby cattolica anziché tradursi in partito rischia di frazionarsi in un arcipelago ancor più confuso. Negli ultimi anni la Chiesa ha cercato di fare lobby trasversale, piazzando sue pattuglie quasi ovunque, a destra e a sinistra, pur con una certa nostalgia di un balenotto bianco. Le incognite del sistema elettorale e la novità del Partito democratico hanno reso meno prevedibile il quadro per la lobby cattolica del futuro. Senza contare la diversità di linea tra l'interventismo di Ruini, che è prossimo ad una semi-pensione e gioca libero, e quello del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano. Il quale, nel frattempo, presenterà la nuova Enciclopedia della preghiera che include un capitolo sulla politica. Il testo, in cui si cita Maritain e si riconosce «l'importanza della mediazione», a prima vista, pare più liberale dell'ultima relazione del cardinal Bagnasco.
Ma l'attualità preme. Il quotidiano Avvenire , molto preoccupato per il muso duro di Berlusconi nei confronti dell'Udc, continua a temere che la presenza cattolica dentro i due schieramenti diventi «semi-irrilevante». E' il colmo. Mentre la Cei tuona perfino contro gli amplessi cinematografici di Moretti e propugna l'obiezione di coscienza dal sesso per gli attori, l'ex laico Ferrara trasforma l'aborto in un partito.
Certo, Ruini è stato il suo cardinale di riferimento quando si è lanciato nella campagna per la moratoria antiabortista. E sicuramente anche la sua ultima provocazione servirà a tener desta una battaglia che l'ala ruiniana dell'episcopato ritiene ormai matura per strappare vittorie. La lista Pro life potrebbe essere utile a tallonare con sante pedate Berlusconi-Fini, alla destra, e Veltroni con i suoi teodem alla sinistra. Tenendo conto che il Cavaliere, pur devotissimo, non può permettersi di bruciare la parte laica dei propri voti e quindi, dopo aver chiesto la moratoria universale sull'aborto, ha respinto l'offerta di Ferrara versando un po' acqua sul fuoco antiabortista. Il cattolicissimo Rocco Buttiglione ha fiutato invece la possibilità, extrema ratio, di un'alleanza elettorale dell'Udc con Ferrara. Casini dovrà decidere cosa fare da grande ma intanto un altro Casini, Carlo, che è presidente del Movimento per la vita, ha chiesto a tutte le liste amiche di stringere un "patto" contro l'aborto e l'eutanasia.
Ferrara è ormai un'eminenza. Non solo ha tenuto conferenze alla Cattolica di Roma ma tra pochi giorni terrà anche la lectio magistralis alla facoltà teologica di Benevento. Altri esponenti cattolici però bocciano la sua impresa elettorale. Non è ancora chiaro con chi si candiderà Eugenia Roccella, ex portavoce del Family day, ma si sa invece che l'altro leader di quella ormai celebre adunata, Savino Pezzotta, capeggia la Rosa Bianca e non vuole saperne di Ferrara. «Iniziativa pericolosa - la giudica - perché finisce per marginalizzare il tema dell'aborto che va invece inserito in una politica per la vita e vuol dire famiglia, lavoro e una fiscalità ad hoc». Come peraltro proclama anche il recente appello del Forum delle famiglie e come pensa un'altra parte delle gerarchie, convinta che l'elettorato cattolico sia più interessato ai salari e al costo dei figli che a tirar bombe sulla legge 194.
I vescovi non rilasciano commenti. E' l'ora dei prudenti consigli, non delle plateali dichiarazioni. Anche monsignor Rino Fisichella, il quale un tempo onorò Casini di un elogio sperticato e che nello spartito ruiniano suona sempre la nota più alta, alla nostra domanda si trincera dietro una cortese battuta: «In campagna elettorale il cappellano di Montecitorio non dice neanche una parola di politica». Chissà se Casini e gli altri smetteranno di telefonargli.

martedì 12 febbraio 2008

Veneto Pagan Moot giovedi' 14 febbraio 2008 - proiezione film "Strega"

Incontro Wicca e Pagano -
Pagan Moot Veneto 14 Febbraio 2008
salve,
giovedi' 10 Febbraio 2008
Montegrotto Terme ore 20,45.
al Pub Imbolc,
Via Aureliana 11 Montegrotto Terme (PD)
si terra' l'incontro mensile dei pagani e wiccan
veneti. L'incontro è aperto a tutti.
===
Durante l'incontro ci sarà la proiezione, in
anteprima, del film "Strega" di cui è prossima
l'uscita.
===


Incontro periodico mensile ogni secondo giovedì del
mese.
Il primo Pagan Moot Veneto è avvenuto nel dicembre
2005.

" Durante il pellegrinaggio della vita, il politeista
si reca da un tempio all'altro, pratica differenti
rituali, differenti modi di vita, differenti metodi di
sviluppo interiore. Resta costantemente cosciente
della coesistenza di una moltitudine di vie che
portano al divino… il monoteista non può vedere in
modo chiaro, fianco a fianco, i diversi stadi del suo
sviluppo passato e futuro, illustrati da diversi
simboli, diversi Dèi, diversi culti, diversi
comportamenti religiosi, ogni suo tentativo per
superare i limiti dei dogmi e delle leggi del sistema
in cui si trova immerso tende a fargli perdere
l'equilibrio. ", uso le parole Alain Danielou per
cercare di far capire lo spirito che anima molti dei
partecipanti al moot.


Cos'è un moot?
"Un Moot è semplicemente un incontro tenuto in un
locale pubblico (solitamente un pub o simile) ad
intervalli fissi in cui le persone si possono
incontrare per conoscersi, discutere, consigliarsi e
quant' altro. Il fatto che l' incontro si tenga sempre
con la stessa periodicità facilita l' organizzazione
per tutti, visto che non si deve cercare di contattare
tutti ogni volta per mettersi d' accordo, e che le
persone hanno la possibilità di organizzare i propri
impegni per tempo sapendo quando c'è il Moot. Inoltre
tutte le persone nuove nella comunità possono andare
ad un Moot".
saluti.

Questi incontri diventano sempre più importanti,
perchè rappresentano la possibilità di contrastare la
follia del monoteismo in tutte le sue varianti.
Proprio in questi giorni un "anonimo" esorcista ha
dato la dimostrazione di come ogni religione derivante
dal monoteismo sia pericolosa, infatti ha dichirato:
"Ma possono essere in balia del maligno anche governi
(«quando fanno scelte scellerate») o chi professa
altre religioni («in quelle pagane il diavolo è
insito»).", il diavolo è divinità solo per i
cristiani. il diavolo appartiene solo alla follia
delle religioni rivelate. Quello che un simile
ragionamento lascia traparire è la volontà di
"demonizzare" tutte le religioni diverse dal
monoteismo, e la speranza di tramutare l'Italia in una
teocrazia, per poter disporre di leggi che consentano
agli inquisitori cattolici di riaccendere i roghi.

francesco scanagatta

cell 349 7554994.