giovedì 22 novembre 2007

«Soldato scelto Timothy? Assente... per suicidio»

«Soldato scelto Timothy? Assente... per suicidio»
di Roberto Rezzo
LE CIFRE
6.256 REDUCI di tutte le guerre che si sono uccisi nel 2005
430 REDUCI dall’Afghanistan e dall’Iraq morti suicidi dall’inizio delle due guerre
20% VETERANI affetti da «Post Traumatic Stress Disorder»
800 NUMERO di Day Hospital per l’assistenza ai veterani
24-25 ANNI Fascia d’età maggiormente a rischio di suicidio
VENTITRÉ ANNI Timothy Bowman decide di farla finita. È sopravvissuto all’Iraq ma ha perso la battaglia con la sua coscienza. Lo hanno visitato ma non hanno capito quanto profonda fosse la sua depressione. E il Giorno del Ringraziamento si è sparato un colpo di pistola in bocca. La maledizione dei reduci
Thanksgiving due anni dopo. Per Michael e Kim Bowman, piccoli commercianti di materiale elettrico a Forreston in Illinois, il giorno del Ringraziamento è diventato un giorno maledetto. Il 25 novembre del 2005 hanno perso il loro unico figlio. È mattina di festa quando Tim va nel magazzino, chiude la porta, si punta una pistola alla testa e preme il grilletto.La pallottola gli lascia solo uno sfregio alla fronte. Nessun ripensamento: s’infila la canna in bocca e preme il grilletto di nuovo. Aveva ventitré anni. La madre, quando le domandano cos’è successo, risponde che il suo ragazzo è morto in Iraq.Timothy Noble Bowman era un soldato scelto della Guardia Nazionale, Bravo Troop, 106° reggimento di cavalleria, di stanza a Fort Dixon, Illinois. Un anno di servizio effettivo in Iraq. Quando si è tolto la vita era tornato a casa da otto mesi. Sembrava uno di quelli fortunati: era rientrato sano e salvo, neppure un graffio addosso. In realtà non era più lo stesso, praticamente irriconoscibile. «Mio figlio è sempre stato un ragazzo allegro e di compagnia, pieno di entusiasmo, con una gran voglia di vivere. Sino a quando lo hanno mandato in Iraq. È tornato che aveva come la morte negli occhi. Lo guardavo e non c’era più luce nel suo sguardo. Era sprofondato in un abisso. Io lo so che si tormentava per quello che gli avevano ordinato di fare in servizio. Per questo ha deciso di farla finita».Baghdad. L’arrivo a Camp Victory nel marzo del 2004. Bowman per nove mesi è assegnato al pattugliamento e alla sicurezza nelle strade della capitale. Sei mesi passati avanti e indietro sulla Irish Road, la strada che collega la Green Zone all’aeroporto, sinistramente nota come la rotta più pericolosa del mondo. Il suo plotone non subisce una singola perdita durante l’intera durata della missione. Non era mai accaduto prima. E quindi il trasferimento a Tarmiya, sulle rive del Tigri, sessanta chilometri da Baghdad. È zona di guerriglia, da operazioni di combattimento in senso stretto. Bowman prende parte all’assalto di una stazione di polizia che era stata occupata dalle milizie armate sunnite. Ancora qualche settimana e poi è finalmente a casa. Di quello che ha passato, di quello che ha visto parla poco e mal volentieri. «È inutile, chi non c’è stato non può capire». Ogni tanto una frase smozzicata lascia intravedere i fantasmi d’una mente: la vista di un bambino morto, di una gamba maciullata, la paura costante delle esplosioni, quell’odore rivoltante del sangue.Post Traumatic Stress Disorder, o semplicemente Ptsd, è il termine utilizzato dagli psichiatri per indicare una lunga serie di patologie mentali - quasi sempre associate a depressione - che colpisce i reduci di guerra. Le statistiche indicano che ne soffre almeno un veterano su cinque. Il professor Bentson McFarlan è considerato il massimo esperto in materia ed ha appena pubblicato uno studio sulla correlazione tra Ptsd e suicidio. «I reduci dall’Afghanistan e dall’Iraq sono maggiormente a rischio rispetto ai veterani di tutti i conflitti precedenti - spiega McFarlan - Naturalmente esiste una predisposizione soggettiva, ma tra i fattori scatenanti abbiamo individuato con una certa sicurezza i periodi d’impiego prolungati e lo stress costante della guerriglia urbana. Vorrei sbagliarmi, ma temo che adesso la situazione sia molto più grave che ai tempi del Vietnam. E ho detto tutto».Il Department of Veteran Affair, l’agenzia federale da cui dipendono i veterani di guerra, non rende pubblico il contenuto delle cartelle cliniche dei militari cui presta assistenza diretta o indiretta. Nel caso di Timothy Bowman si sa solo che aveva superato l’esame psicofisico prima della partenza per l’Iraq, esame che in teoria comprende anche una visita psichiatrica. Ed è chiaro che al suo ritorno gli accertamenti di routine non hanno individuato correttamente il problema o lo hanno gravemente sottovalutato. «Non voglio che altri genitori debbano passare quello che è toccato a noi - ha dichiarato Michael Bowman - Perdere un figlio è una cosa atroce, perderlo a questo modo è inaccettabile. Tim è sopravvissuto alla guerra ma ha perso la battaglia con la sua coscienza. Questo vuol dire che se lui ha finito di lottare, io ho appena cominciato».
Un numero verde per i veterani in crisi
1-800-273-8255 È il numero di hot line inaugurato dall’ agenzia federale che si occupa dell’assistenza ai reduci. L’iniziativa del governo è partita subito dopo la pubblicazione degli ultimi dati sui casi di suicidio tra i veterani. Un fenomeno in aumento che è arrivato a colpire gli ex militari in proporzione doppia rispetto al passato. Gli esperti temono si tratti di un’operazione di facciata e fanno notare che nel 1995 il budget del governo per le cure psichiatriche di ogni veterano era di 3.560 dollari. Oggi con due guerre in corso, senza contare l’inflazione, la spesa è scesa a 2.581 dollari.

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