venerdì 26 ottobre 2007

La vera ragione della crisi con l'Iran

La vera ragione della crisi con l'Iran
di Sabina Morandi - 13/11/2005

Fonte: liberazione.it


«Il petro-euro scalza il petro-dollaro: è la vera
ragione della crisi con l'Iran»

L'analisi di William R. Clark autorevole ricercatore
americano esperto di petrolio<p>

Peccato che quasi tutti i giornalisti di questo paese
si siano messi a lanciare strali invece di verificare
notizie e informazioni, rendendo molto più facile il
lavoro di quegli specialisti della guerra psicologica
che, con classico stile anni Cinquanta, confezionano
la "storia ufficiale". Sarebbe bastata un'occhiata
alle notizie economiche del momento per dipanare il
mistero dello scandalo suscitato dagli slogan del
presidente iraniano, sostanzialmente gli stessi da
venticinque anni, fatta eccezione per la breve pausa
del riformista Khatami. Un mistero che non riguarda i
contenuti della propaganda di Ahmadinejad, che
utilizza la retorica anti-sionista come unico collante
per una società sempre più inquieta, ma le reazioni
scandalizzate dell'Occidente. Se i falchi di Teheran
inneggiano ancora una volta alla distruzione del
piccolo e del grande Satana, scrivevano i giornalisti
arabi la scorsa settimana, perché stavolta gli
occidentali strepitano? Alcuni commentatori accusavano
Ahmadinejad di ingenuità politica ma quasi nessuno
mostrava stupore per la ben nota abitudine dei regimi
islamici di strumentalizzare la tragedia palestinese
quando registrano una crisi di consenso.

Detto questo, quindi, manca qualcosa. Per trovare la
notizia, il tassello che potrebbe rendere
comprensibile un confuso puzzle di propagande
contrapposte, bisogna risalire a qualche mese fa,
quando un autorevole ricercatore esperto di petrolio -
quel William R. Clark autore di Revisited - The Real
Reason for the Upcoming War with Iraq: a Macroeconomic
and Geostrategic Analysis of the Unspoken Truth (Le
vere ragioni della prossima guerra contro l'Iraq:
un'analisi macroeconomica e geostrategica della verità
non detta) - puntava l'indice sul prossimo obiettivo.
Attenzione, scriveva Clark il 5 agosto scorso, le
tensioni geopolitiche fra Stati Uniti e Iran «vanno
ben oltre le preoccupazioni per il programma nucleare
iraniano, come pubblicamente affermato, ma riguardano
molto più plausibilmente il tentativo di Teheran di
proporre un sistema di scambio del petrolio basato sul
petro-euro». Esattamente come per il conflitto con
l'Iraq, scrive Clark, «le operazioni militari contro
l'Iran sono strettamente collegate con la
macroeconomia e con la sfida alla supremazia del
dollaro costituita dall'euro come moneta alternativa
per le transazioni petrolifere, una sfida non
pubblicizzata ma molto, molto seria». Secondo Clark e
numerosi analisti, infatti, più dell'accesso ai pozzi
garantito dall'occupazione militare è stata proprio la
salvaguardia della supremazia del dollaro all'origine
dell'invasione dell'Iraq. Saddam insomma avrebbe
firmato la sua condanna a morte non per le sue
inesistenti armi di distruzione di massa né tanto meno
per i massacri dei civili, quanto per avere deciso di
farsi pagare in euro le esportazioni di petrolio.
Secondo alcuni insider della Casa Bianca l'operazione
Iraq freedom, oltre a stabilire una presenza militare
e un governo filo-americano, aveva specificamente
l'obiettivo di riconvertire in dollari gli scambi
petroliferi iracheni e far passare ai paesi Opec ogni
fantasia di transizione all'euro - ovviamente più
conveniente in quanto meno svalutato del biglietto
verde.

Nel caso dell'Iran, sostiene Clark, la minaccia
sarebbe molto più concreta visto che Teheran ha
annunciato, per il marzo prossimo, l'apertura di una
vera e propria borsa petrolifera alternativa alle
uniche due ufficialmente riconosciute, il Nymex di New
York e l'Internatonal Petroleum Exchange di Londra,
una borsa appunto basata su di un sistema di scambi
interamente basato sull'euro e tacitamente appoggiata
da altri paesi produttori. Perché sia così grave lo
spiega a chiare lettere lo stesso Clark: «Se la borsa
iraniana prendesse piede, l'euro potrebbe irrompere
definitivamente negli scambi petroliferi. Considerando
il livello del debito statunitense e il progetto di
dominio globale portato avanti dai neocon, la mossa di
Teheran costituisce una minaccia molto seria alla
supremazia del dollaro nel mercato petrolifero
internazionale».

Dal punto di vista esclusivamente economico e
monetario, l'avvio di un sistema in petroeuro è uno
sviluppo logico visto che l'Unione europea importa più
petrolio dai paesi Opec di quanto non facciano gli
Stati Uniti e, di fatto, gli europei pagano il
petrolio iraniano in euro già dal 2003. Ma una vera e
propria competizione fra le due monete, in una borsa
indipendente dai desiderata di Washington ma lasciata
in balia della proverbiale mano invisibile, è l'incubo
della Federal Reserve perché, come scrive Clark «gli
Stati Uniti non potrebbero più continuare a espandere
facilmente il credito attraverso i buoni del tesoro e
il valore del dollaro crollerebbe». La borsa iraniana
sarebbe insomma una tappa fondamentale verso il
passaggio dell'Opec dai petrodollari ai petroeuro,
passaggio facilitato anche dal comportamento delle
banche centrali di due giganti, Russia e Cina, che dal
2003 hanno cominciato ad accumulare la divisa europea.


Non la solita vecchia propaganda anti-sionista,
quindi, né tanto meno un programma nucleare che forse,
fra una decina d'anni, potrebbe condurre l'Iran alla
bomba atomica - ma allora perché non nuclearizzare
subito la Corea del Nord? Sono i petroeuro a
spaventare gli americani. Ecco perché, dall'autunno
del 2004 fino all'estate del 2005, i generali del
Pentagono sono stati chiamati a sfornare ogni sorta di
simulazioni d'attacco all'Iran; ed ecco perché si sono
nel frattempo moltiplicati gli strali contro un regime
che non è più antisemita o più brutale di quelli che
governano il Pakistan o l'Arabia Saudita.

Il problema dei generali è che, forti dell'esperienza
irachena, sono costretti a scartare a priori l'ipotesi
soft - quella del cambio di regime - così come
un'invasione su larga scala contro il ben più solido e
numeroso esercito di Teheran. Ed ecco allora farsi
strada svariate ipotesi, tutte abbastanza spaventose
ma alcune decisamente agghiaccianti, come quella
descritta dall'esperto di intelligence Philip Giraldi
su The American Conservative, sotto l'illuminante
titolo: "In caso di emergenza, nuclearizzate l'Iran".

Oltre a fornire notizie sulla ripresa dell'intensa
attività di pianificazione da parte dei militari,
Giraldi rivela che, in caso di un altro attacco
terroristico sul suolo americano, l'ufficio del
vice-presidente Dick Cheney vuole che il Pentagono sia
pronto a lanciare un attacco nucleare contro Teheran,
anche se il governo iraniano non risultasse coinvolto
con l'attentato. Su istruzioni del vicepresidente il
Pentagono ha quindi incaricato il Comando strategico
statunitense (Stratcom) di stilare un piano che
include appunto un attacco aereo su vasta scala contro
obiettivi iraniani, sia con armi convenzionali che con
le nucleari tattiche progettate per distruggere i
bunker. La domanda è quindi una sola: l'operazione è
già cominciata?

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