sabato 15 dicembre 2007

I video di Al Qaeda? Partono dall’America

I video di Al Qaeda? Partono dall’America

La Stampa del 9 ottobre 2007, pag. 13

di Maurizio Molinari
L’11 settembre 2001 Osama bin Laden sorprese l’America sui cieli trasformando quattro aerei in missili e sei anni dopo i suoi seguaci possono vantare di essere riusciti a ripetere la beffa, questa volta su Internet, perché la grande maggioranza dei siti web jihadisti si sostengono su provider che hanno sede negli Stati Uniti. Se da un lato l’ultimo National Intelligence Estimate, redatto in estate dai servizi americani, ha indicato nel web il maggiore strumento di reclutamento e propaganda di Al Qaeda e dall’altro le indagini sugli attentati sventati a Londra, all’aeroporto Kennedy e a Fort Dix, in New Jersey, hanno portato ad appurare come fossero stati organizzati anche grazie a contatti attraverso Internet, è stato il Congresso a prendere atto «dell’incredibile situazione che deve essere modificata» esaminando a fine luglio un rapporto del Middle East Media Research Institute (Membri) di Washington durante una seduta della commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti.

Pagina dopo pagina il rapporto ricostruisce come i seguaci di Al Qaeda ogni giorno comunichino passando attraverso i provider (isp) della rete Internet degli Stati Uniti. Gli esempi sono numerosi. Il sito utilizzato per istruire alla confezione di esplosivi ha un provider in Minnesota, i video dell’ideologo della Jihad Ayman al-Zawahiri esistono online grazie al forum «Al Saha» che non sarebbe accessibile senza il provider «Liquid Web Inc.» registrato in Michigan e una miriade di gruppi jihadisti comunicano in maniera analoga: l’Esercito dei Mujaheddin passa per la Pennsylvania, la Jihad islamica palestinese e Hezbollah per il Texas. Fra i siti più adoperati dalla galassia di microcellule vi sono i forum jihadisti dove i militanti accedono per scambiarsi parole in codice: i relativi provider si trovano in Texas, Michigan, New Jersey e California, Pennsylvania, Ohio, Nevada, Montana, Maryland, Virginia, Wyoming e perfino la capitale federale, Washington.

Il discorso non cambia riguardo alle cellule jihadiste che operano in Iraq diffondendo ordini, immagini e video grazie a siti come «Iaisite» (con il provider a New Orleans, Louisiana), «Alnakshabandia-army.com» (Orem, Utah), «Al-faloja.org» (Dallas, Texas) e «Alnour» (Columbus, Ohio). Le cellule in Europa dipendono tanto da provider in Olanda e Gran Bretagna quando dalla stessa rete Usa, come dimostra il fatto che il sito in francese «Le Voix des Opprimés» è in rete in Florida. Per avere un’idea dell’impatto dell’infiltrazione di Al Qaeda sulla rete Internet americana basti pensare che se i venti maggiori provider decidessero di oscurare i siti jihadisti verrebbe meno oltre l’80 per cento di comunicazioni fra le cellule esistenti, spesso costituite da singole persone in contatto grazie a blog e forum realizzati anche sfruttando Google, come nel sito «Kjawd.blogspot»» che celebra le gesta del defunto Abu Musab al Zarqawi, o di Yahoo! il cui «ansaralijehad» è adoperato dai «sostenitori della Jihad in Iraq».

A spiegare come sia possibile tale vulnus nella sicurezza nazionale degli Stati Uniti è Gary Ackerman, il deputato democratico di New York presidente della sottocommissione Medio Oriente che ha ricevuto il rapporto, secondo il quale «i terroristi sfruttano le leggi e i diritti tutelati nella nostra società per portare a termine i loro nefandi fini». La libertà d’opinione infatti in America è tutelata dal Primo Emendamento della Costituzione e un provider la violerebbe se decidesse di oscurare i siti jihadisti con una decisione unilaterale. «Ma il presidente Lincoln disse la Costituzione non può essere un patto suicida», obietta Mike Pence, deputato repubblicano dell’Indiana membro della stessa sottocommissione, rimproverando al governo federale di continuare a tollerare chi «dirotta il Primo Emendamento» per organizzare attentati.

Da quanto trapela da ambienti del Congresso il timore di Ackerman e Pence è che dietro i ritardi potrebbero esserci delle divisioni nell’intelligence fra chi è favorevole a oscurare i siti per ostacolare Al Qaeda e chi invece si oppone, lamentando che in tal caso verrebbe meno uno strumento di monitoraggio delle comunicazione fra i gruppi jihadisti. Ma Ackerman non vuole aspettare e prepara un testo di legge per sbarrare la via del web ai jihadisti.

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