lunedì 17 dicembre 2007

La soia divora la foresta vergine dell'Amazzonia

La soia divora la foresta vergine dell'Amazzonia

La Stampa del 21 settembre 2007, pag. 13

di Hubert Prolongeau, Béatrice Marie

Il piccolo aereo decolla, e la foresta si stende sotto a perdita d'occhio. L'Amazzonia, il polmone del piane­ta, la fortezza verde. All'improvviso, si apre un varco. La foresta è fe­rita, sfregiata. Il polmone ha la tosse. La fortezza ha una breccia. II paesaggio è desolante: tronchi abbattuti sparsi intor­no, i più resistenti mostrano ancora qualche moncherino. La terra rivela i suoi strati più interni, graffiata a morte dagli aratri. Ogni tanto nel mare dei campi emerge, solitario e fuori posto, il tronco di un castagno sopravvissuto.



Siamo nello Stato del Para. Dal gen­naio 2003, data dell'arrivo ai potere del presidente Lula, 70 mila chilometri qua­drati di terre sono stati sacrificati alla soia, uno dei più feroci nemici della fore­sta brasiliana. L'immenso Paese di Lula è diventato la patria del nuovo oro ver­de. Tutte le maggiori società americane partecipano alla manna: ADM, Bunge e Cargill, che ha costruito a Santarem, terza città dell'Amazzonia, un porto. Completamente illegale. Tutti i mesi, due cargo partono verso l'Europa, por­tando ciascuno 90 mila tonnellate. «La soia sta divorando l’Amazzonia, non ri­conosco più la mia città», dice Gaetano Scannavo», membro dell'ong «Salute e benessere».



Per le strade di Santarem si vedono sempre più numerosi grossi fuoristra­da, guidati dai gaucho venuti dal Sud.



Da quando un rapporto di Greenpeace, «Mangiando l’Amazzonia» ha scatena­to le polemiche, molte auto hanno l'adesivo «Fuori Greenpeace, l’Amazzonia è dei brasiliani». Alla Cooper Amazon, la società che distribuisce 1 fertilizzanti, il direttore Luis Assuncao, non nascon­de la rabbia: «Qui è la guerra, una guer­ra fredda».



Il governatore del vicino Mato-Grosso, Blairo Maggi, è proprietario dell'Amaggi, uno dei maggiori produttori di soia mondiali. Ha costruito un'intera città, Sapezal, per i suoi operai, ha co­struito un porto di profondità, e propo­sto di asfaltare a sue spese 1770 chilo­metri della BR183, Quando gli si paria di deforestazione, Maggi ironizza sulle dimensioni dell'Amazzonia e afferma che la soia è «benefica». Evita ì giorna­listi, che sospetta essere tutti mandati da Greenpeace.



Nella «fazenda» Bela Terra, vicino a Santarem, è festa, come tutte le do­meniche. Spiedini giganteschi, la birra scorre a fiumi, tutti indossano l'abito della domenica. I produttori di soia, i «sojeiros» ridono e parlano di affari. Con un estraneo sono diffidenti. Otalhìo, 33 anni, ha la faccia gonfia, in­goia pezzi di carne e si infervora: «Ci chiamano gaucho, banditi, ladri». Con gesto da conquistatore punta al suolo: «La gente qui non fa niente della loro terra. Sono poveri perché non sanno fa­re diversamente. Vogliono ayere la tv e andare in città. Noi gli abbiamo mo­strato un altro modo di vivere».



Tonio Antares rivendica il diritto a massacrare il proprio Paese. Piccolo, gli occhi vivaci, la pelle arrossata dal sole, è convinto di portare civilità e prosperità: «Vogliamo aiutare lo sviluppo». Marcello da Silva è alto, grosso, gli occhi blu, as­somiglia più al cowboy Marlboro che a un indiano della foresta. Butta giù le bir­re e crede nella sua stella. La soia lo ren­derà ricco, ne è certo. Sua moglie Patricia vuole comprare tanti terreni: «Gli americani pianteranno la canna da zucchero, c'è da guadagnare parecchio». Vorrebbero dei figli. Il futuro gli sorride. L'Amazzonia si è popolata a ondate, sulle promesse non mantenute che, dal boom del caucciù alla costruzione della Transamazzonica, hanno attirato qui ì miserabili. Si sono presi le terre, le han­no seminate, senza mai dotarsi di tìtoli di proprietà, e sono rimasti prigionieri dì quella che chiamano pudicamente «agricoltura familiare». Lungo tutta la BR163 la storia si ripete. Arrivano i «sojeieros» e chiedono loro di andarse­ne mostrando carte per la proprietà.



L'Incra (istituto nazionale di colonizza­zione e riforma agraria) dietro paga­mento emette certificati falsi «invec­chiati» in un cassetto pieno di grilli. «Questa gente non ha la cultura del de­naro», spiega padre Edilberto Sena, infa­ticabile militante ecologista: «Vendono a prezzo basso, e rimangono senza nem­meno gli attrezzi».



Al 38simo chilometro, Marlène Na­scimento de Lima, piange le sue terre perdute: «Mi fa male passarci, ormai ci sono solo campi». All'inizio si era rifiu­tata di vendere. Ma i «sojeiros» hanno comprato i terreni adiacenti, i pesticidi hanno cacciato gli insetti sulle sue ter­re, i vicini erano già tutti partiti, e lei ha finito per cedere.



La violenza ha la sua parte in questa conquista. A Pacoval, nel 2004, sono bruciate 25 case. A Corte Corda, due sin­dacalisti sono stati uccisi. A Santarem, Ivete Bastos, presidente del sindacato dei lavoratori della terra, si è trovata donne con taniche di benzina, pronte a dare fuoco alla casa. Un anziano legiona­rio spagnolo, proprietario di una pale­stra a Santarem, si vanta di compiere missioni di «pulizia» per i «fazendeiros». La polizia brasiliana irrompe regolarmente nelle grandi tenute per libera­re gli schiavi. Vengono attirati in trappo­la con promesse di salari elevati, ma al­l'arrivo nella foresta gli viene impedito di ripartire. Nel 2004, l'esercito è inter­venuto in 236 aziende, che utilizzavano 6075 lavoratori, di cui 127 bambini. Bunge, Cargill e Amaggi erano in affari con questi coltivatori.



Per agevolare l'espansione della soia le aziende offrono pesticidi e sementi ge­neticamente modificati. I pesticidi han­no già provocato disastri ecologici. Oggi il 20% della foresta brasiliana è morto. Nonostante la moratoria dal 2006 abbia dato risultati positivi (la deforestazione è scesa del 41%), il 40% dell'Amazzonia potrebbe sparire nei prossimi 20 anni. Il peggio, nel quale sperano Marcello e Patricia, può ancora arrivare, con il boom dei biocarburanti. Già oggi 20 milioni di auto brasiliane vanno a etanolo. Le «flex», a etanolo e benzina, hanno fatto 1’80% delle vendite nel 2005. Si commer­cializza un «biodiesel» che contiene soja. Si dice che il Brasile sarà l'Arabia Saudita del XXI secolo. Un deserto?



Nel tempo che avete impiegato a leg­gere questo articolo è stata deforestata un'area pari a 75 campi di calcio.

NOTE

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